Sbullizzati 3 Giacomo Mazzariol

di Salvatore Vitellino

Sbullizzati
Sbullizzati 3 – Giacomo Mazzariol

Fino a un anno e mezzo fa era uno studente diplomando al liceo, e oggi è uno scrittore di successo con un libro alle spalle da centinaia di migliaia di copie e un tour che lo ha portato in tutta Italia. Scrive anche sulla Smemo.
Giacomo Mazzariol con suo fratello Giovanni ha fatto parlare tutta Italia del loro caso e di cosa vuol dire “diversità”, perché per chi non lo sapesse e non avesse letto il libro Mio fratello rincorre i dinosauri (un consiglio fraterno, andate a leggerlo subito!) suo fratello ha la sindrome di down.

Smemoranda: Giacomo, moltissimi in Italia hanno imparato a conoscerti e a conoscere la storia di tuo fratello Giovanni. Ma partiamo dalla domanda findamentale: quando eri alle medie, al liceo o alle elementari, hai incontrato il bullismo?
Giacomo Mazzariol: Personalmente io non ho subito atti di violenza, è sempre andato tutto liscio. Però ne ho percepiti. Non ho mai visto una violenza fisica in atto, altrimenti mi ci sarei buttato in difesa (non so come si tira un pugno, ma se serve immagino che venga da solo), ma ho visto le conseguenze di violenze psicologiche. E niente, ciò che salva tutti, anche di chi crede di non averne bisogno, è l’amicizia sincera e vera. Se si ha quella si supera tutto e si combatte insieme.

Nel libro tu racconti di quando da ragazzo ti vergognavi perché al parchetto i soliti stupidi prendevano in giro tuo fratello. Perché anche da giovanissimi molti non sanno capire gli altri e sviluppano una cattiveria incredibile? Dove sta l’origine del problema?
Ti dico che in realtà nasciamo scevri da pregiudizi. Non si è mai visto un bambino di due anni schifarsi davanti a un bambino nero. La diversità è un concetto che ci arriva dopo, è radicato nella nostra cultura e nei discorsi delle persone. E giustamente la scuola, gli educatori e tutti quelli che si occupano di arginare i problemi adolescenziali ne parlano anche troppo, finendo per creare un vero e proprio tabù. Bisognerebbe non parlarne, non c’è nulla da dire, dovremmo fare come i bambini: goderne fin che si può, che la diversità è la cosa più bella del mondo.

A proposito di scuola. Che bilancio puoi trarre da questo anno del tuo blog su La Repubblica, Generazione Z? Hai conosciuto e ti sei scritto con migliaia di ragazzi delle superiori italiane. Riguardo al bullismo qual è la tua impressione? Sta crescendo la consapevolezza?
Generazione Z è stata una figata: ho eliminato tutti i concetti generazionali e mi sono lasciato guidare dalla voce vera dei protagonisti di questo periodo. Ho imparato più di quello che ho dato io, è stato incredibile. Per quanto riguarda il bullismo, ho ricevuto molte testimonianze sul tema e devo dire che ci sono ancora molte situazioni brutte e pesanti in giro per l’Italia. Penso che il bullismo nasca dall’ignoranza e quindi la scuola deve porsi come capitano della nave antibullismo: lo sta facendo, con molte iniziative, ma a volte le ho trovate sterili… Quello che funziona, secondo me, è raccogliere e raccontare le storie, sentire e diffondere i coraggiosi che vogliono concedere testimonianze, solo così si può sentire con mano le sensazioni che si nascondono dietro questo tema.

Giustissimo, e infatti è quello che cerchiamo di fare anche noi: raccontiamo storie che servano da esempio agli altri.
Vorrei riprendere un tuo post di Generazione Z, in cui rispondi a Giulia, una ragazza di Marsala che confessava di essere arrivata a fine liceo “morta”, senza più sogni e ambizioni, perché la scuola le ha tolto ogni piacere ed è diventata «un ritrovo per clonare le menti». Tu hai un giudizio molto duro, dici testualmente che la scuola «come il più prepotente dei bulli, “imbruttisce alla diversità”, che ciascun ragazzo è in potenza, costringendolo a reprimerla o a farla vivere di nascosto».
Penso che la scuola debba innovarsi in questo senso. Non ha mai intrapreso, seriamente, un percorso generale di personalizzazione. Le diversità e le passioni devono essere stimolate, non sono cose che possono avere pesi diversi in base all’insegnante. La didattica, le modalità, gli spazi, i metodi, l’organizzazione scolastica, tutte queste cose avrebbero bisogno di una riforma vera e propria che si relazioni con le esigenze personali dell’alunno. Un ragazzo non può uscire dal liceo e sapere a memoria la prima guerra mondiale ma non sapere chi è, cosa gli piace e le cose che non gli vanno bene del mondo. Penso che il bullismo si possa arginare con la flessibilità di una scuola che si plasmi a dimensione dei singoli alunni.

Tu, come quasi tutti, fai un uso intenso dei social. E come sappiamo tutti, i social sono diventati una piazza virtuale dove avviene il peggio del peggio. Gli utenti come possono difendersi, visto che la stupidità e la cattiveria sono più facili sui social che di persona?
Non si può moralizzare uno spazio, purtroppo. I social sono uno spazio vero e proprio. Togliamo per un secondo la paranoia degli adulti sul fatto che è un mondo virtuale e non reale. È comunque uno spazio e, come tale, se vuole accogliere più gente possibile deve essere più libero possibile. Se uno spazio accetta i cani, avrà più possibilità di avere persone, ovviamente. E Facebook fa sempre in modo di avere più gente possibile, pertanto è sempre molto vaga sulle limitazioni perché cerca sempre di non restringere troppo il campo dei potenziali fruitori. Non dimentichiamoci che è una multinazionale con uno scopo ben preciso: fare soldi. La cattiveria sta nelle persone e i social sono solo casse di risonanza. L’unica cosa da moralizzare sono gli uomini.

I social però non sono il male assoluto, anzi. C’è un paradosso: a volte persone che nella vita “reale” sono state pesantemente bullizzate, hanno sublimato in un mondo virtuale una loro abilità, chi il gioco, chi l’ironia, chi la musica, e sono diventati beniamini di migliaia di ragazzi. Che poi li seguono, li adorano, li incontrano. Quindi dal virtuale si passa a un mondo reale in cui gli ex bullizzati diventano star…
Anche la mia storia è molto legata alla viralità. Io ho fatto un video e dopo che tutti lo hanno visto e condiviso ho avuto la possibilità di fare un libro e così via. I social sono dei mezzi incredibili, il problema è quando smettono di essere dei mezzi e diventano dei protagonisti. Dal mio punto di vista servono perché aumentano il numero di coincidenze che ti possono accadere. È anche vero che i social hanno un codice ben preciso e astuti youtubers fanno video apposta perché diventano virali, perdendo sul contenuto e puntando su stereotipi talvolta demenziali. Non mi piacciono i social quando si deve comunicare per forza, appunto, ma a parte questo è tutto molto positivo.