Captain Marvel: lei è meravigliosa, il film no

di Michele R. Serra

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Captain Marvel: lei è meravigliosa, il film no

Il 21esimo film del Marvel Cinematic Universe, vale a dire il più roboante carrozzone del cinema hollywoodiano di questo decennio, è firmato da Anna Boden e Ryan Fleck, che come registi, beh, sono due perfetti sconosciuti. Intendoiamoci, non è la prima volta che la Marvel si affida a registi non di grande nome, per i suoi film. Anche perché non ne ha bisogno: ormai ha costruito una rete produttiva talmente consolidata che comunque quando entri in sala, indipendentemente dal nome che c’è sul cartellone, sai che quello che vedrai sembrerà un film Marvel. Ecco, il problema di Captain Marvel è che la medietà Marvel in questo caso assomiglia un po’ a mediocrità.

La nostalgia degli anni Novanta che attanaglia tutti ultimamente ha preso anche la Marvel. La prima cosa che fa Capitan Marvel nel film è finire dentro un noleggio video di Blockbuster, per farci capire che non siamo nel presente dell’universo Marvel, non siamo al punto in cui eravamo arrivati alla fine di Avengers: Infinity war. Siamo un buon vent’anni prima, per essere testimoni del primo contatto tra Nick Fury e il supereroe più potente dell’Universo Marvel, cioè appunto lei, Capitan Marvel. E qui subito si sconfina in quello che gli americani chiamano buddie movie: lui e lei sono compagni di avventure, scherzano, si prendono in giro, eccetera. Il bello è che i due attori protagonisti – Samuel L. Jackson e Brie Larson – sono davvero amiconi, nonostante i quarant’anni di differenza (lei 30, lui 70). Essere amici davvero aiuta, quando devi mettere insieme un film come questo, fondato sulla chimica tra i due protagonisti. Ovviamente però non c’è solo quella, dentro Captain Marvel. C’è molto di più. Del resto con 150 e passa milioni di dollari di budget, ci mancherebbe altro.

La Marvel da un bel po’ cerca di tirare fuori qualcosa in più rispetto alla media. Tipo, ha fatto Thor: Ragnarok che era un film comico; Infinity War, che abbracciava davvero l’epica spaziale, folle, pop dei supereroi; Black Panther, che riusciva a mettere l’idea della blackness al centro del discorso. Quindi, tutti film che avevano qualcosa in più, indipentemente dalla loro riuscita. Captain Marvel ha in più – ovviamente – il discorso dell’empowerment femminile, e non è poco. Ma il film è routine e poco più. Non è una questione di storia, ma di come viene messa in scena.

Il problema di Captain Marvel è, soprattutto, un problema tecnico. C’è chi sa fare il cinema gigantesco/spettacolare all’americana, e chi no. Evidentemente i due registi non sono tanto bravi con questo tipo di cinema, perché non riescono a governare le scena d’azione. Ormai non basta più fare un montaggio a cento all’ora con dieci inquadrature diverse, una carriolata di effetti di luce e esplosioni. Serve farlo, certo, ma farlo con un ordine mentale molto preciso, per far capire allo spettatore quello che succede, per fargli godere di questo spettacolo estetico. E questo purtroppo manca.

E poi: va bene tutto, ma non puoi mettere in piedi una scena di combattimento superfiga con i No doubt in sottofondo. Cioè, è un limite che non è il caso di superare. Va bene gli anni Novanta, ma non esageriamo.