Carlo Giuliani, un ragazzo

di Viviana Correddu

Storie di Smemo
Carlo Giuliani, un ragazzo

Da quel pennarello blu così deciso, stretto in una mano incazzata e sofferente di un coetaneo e compagno di università. Anzi… a dire il vero, è a quella scritta che voglio tornare. Perché del G8, e sul G8 hanno già scritto tutti, e sono quattordici anni che se ne parla e i discorsi da bar, da mercato, e da salotti politici, ormai non li tollero più. Ma oggi non ci deve entrare la politica, né le teorie, le legittime difese dagli “estintori assassini”, le provocazioni degli ultimi giorni da parte del sindacato di polizia e nemmeno le perizie, le traettorie del proiettile, la puttanata della pietra scagliata dal fantomatico manifestante smascherata all’istante.  Non voglio ci entrino le sentenze e le dinamiche.

Per una volta, vorrei parlare di quel ragazzo. Perché forse, il fatto che fosse prima di tutto un ragazzo, sembra essere diventato un dettaglio, qualcosa che non ha un valore rispetto a tutto il resto. Ebbene, allora lo ricordo io… che questo era! Un ragazzo. Carlo. Prima e durante quella pallottola sparata in faccia, lo era. E lo era prima di qualunque immagine e fotografia di quel maledetto istante. Prima delle bandiere che hanno voluto appropriarsene senza diritto, prima delle etichette che gli hanno appiccicato addosso, prima che gli aggettivi “tossico” “teppista” “black-bloc” “sbandato” “balordo” e mille altri ancora, servissero a qualcuno per sminuire, giustificare, far tacere, insabbiare. Prima che qualcun altro lo santificasse e lo rendesse un martire sacrificatosi per la causa, in una retorica comunista che sono certa non gli appartenesse. 

Prima di tutto questo, e di tutto quello che in questi anni si è sentito, Carlo era un ragazzo. Carletto, per gli amici. Un po’ perché era molto giovane quando ha iniziato a bazzicare nei vicoli genovesi e un po’, mi hanno sempre detto..per la sua corporatura esile, il viso fine illuminato da occhi azzurri e limpidi. Me lo hanno sempre descritto come un tipo sveglio, intelligente, acuto… per nulla egocentrico (tanto da scappare davanti alle macchine fotografiche degli amici). Amante della poesia, tanto da andare di nascosto ai reading e poi scoprire dopo la sua morte, che scriveva versi in latino. Un ragazzo con cui fare lunghe chiacchierate, in quelle lunghe notti genovesi durante le quali non si può dormire, e risate, e discorsi… Un “principe” per strada, mi dice oggi un amico comune..per i valori che si portava dentro di correttezza e lealtà, amico fedele, altruista anche nei momenti di difficoltà; sembrava essere indenne alle dinamiche che lo spirito di sopravvivenza spesso mette in atto quando devi contare solo su te stesso, in mezzo ai lupi..mors tua vita mea… Per questo nei vicoli, mi dicono..si faceva voler bene da tutti. Oh! ..a qualcuno sarà pure stato sul cazzo… mi dice Andre in piazza; ma ci sapeva fare con le persone, e aveva imparato in fretta come comportarsi in un ambiente in cui non è semplice restare puliti. Ecco perché ad un certo punto, la mia vita si incrocia con la sua, qualche anno dopo quel colpo di pistola; alcuni suoi amici e conoscenti diventano i miei e il suo nome diventa a me familiare. A dire la verità, non era sempre presente sulle loro bocche, sbucava fuori all’improvviso, durante i discorsi, durante momenti semplici, fatti di intimità e confidenze. A volte tra i sorrisi, a volte tra lacrime leggere, di quelle che bagnano le guance a picco, d’improvviso. Così ho iniziato a sentirlo vicino, simile… semplicemete perché era un ragazzo come me, giovane, in un contesto affascinante e pericoloso, che ognuno di noi ha usato forse per sfogare un rifiuto profondo, ognuno il proprio. O forse ognuno di noi è scappato da qualcosa… senza riuscirci mai completamente, ognuno in fondo perso dentro i cazzi suoi… come cantava Vasco. Ho tanti ricordi legati a Carlo, anche se non ci siamo mai conosciuti. Lo spettacolo teatrale sul G8 con i ragazzi dell’università di lettere; la mia stella rossa tatuata dalla parte del cuore, legata a una notte d’agosto e a una promessa mantenuta solo anni dopo; la canzone “Il Viaggiatore” di due cari compagni comuni.

E poi un aneddoto, un’istantanea che non riesco a dimenticare. Era una giornata umida, oppressa da quel cielo bianco e quella pioggerellina fine e fastidiosa che Genova ci regala senza farsi odiare del tutto… data la sua consapevole bellezza. Io con i miei 40 kili da trascinare a forza e le mani in tasca, mi avvicino a quello che allora…era l’uomo che amavo, che pensavo di amare… o che ne so. Ora che importa! Portavo pantaloni blu da idraulico troppo grandi per me, una felpa troppo larga, un giubbino smanicato, un cappellino grigio con la visiera che volutamente nascondeva i miei occhi chiari e la mia testa rasata da poco. Quando arrivo di fronte a lui, mi accorgo che sta piangendo. Gli chiedo cosa avesse, cosa fosse accaduto..e mi sento rispondere: “Scusa. È che mi sembravi Carletto…” . Non credo fosse solo per il mio abbigliamento. La fisicità simile aiutava l’associazione, ma no! Non credo fosse solo questo. Ecco che se ci ripenso oggi, a quell’istante..ho come la certezza che se il G8 ci fosse stato qualche anno dopo, quando il mio disagio era cresciuto e viaggiava di pari passo alla mia rabbia, quando percepivo di non avere più niente da perdere, quando mi sono sentita anche un po’ immortale, e incosciente…e sempre più incazzata con il mondo..allora avrei potuto esserci io al suo posto, in quella piazza. In piazza Alimonda, alle 17.25.

E allora penso. E se ci fossi stata io? Ipotesi plausibile, per nulla assurda o lontanta dal possibile.. durante i miei 25 anni. Allora, quella frase aberrante che le orecchie hanno DOVUTO  sentire in quei giorni…quel “UNO DI MENO!” …uno di meno di chi! Uno di meno di che cosa. Di quale delle categorie che la maggioranza della gente considera inutili alla società, da bandire, esiliare, escludere e condannare a priori.

Allora anch’io… sarei stata una di meno! Una tossica di merda in meno! Una stronza in meno… perché no?! Giuro che ero stronza!

Con qualcuno di quegli amici comuni ci si vede ancora, più sporadicamente è ovvio… le vite spesso prendono vie diverse e più o meno simili. Ma si cresce, le iperboli sono a volte impreviste, ma: sappiamo per certo che un giorno all’anno, se vogliamo rivederci possiamo ritrovarci lì. In piazza. Facciamo due chiacchiere, tanti abbracci sinceri. Come oggi. C’è chi ha avuto dei figli, chi si è sposato, chi si è dato solo una calmata… e chi invece non ci pensa nemmeno. Ce la meritiamo tutti questa vita. E anche Carlo se la meritava, una volta terminata quella guerra, quella trappola programmata che è stato il G8. Carlo, come tutti noi, si meritava qualunque vita avesse scelto in futuro per sé. Perché gnuno di noi ha scelto come viverla, e chi non ha avuto scelta, questa vita la lascia scorrere… prendendo ciò che il destino ha deciso, e deciderà.

E se ci fossi stata io al suo posto? Anche io sarei stata per tanti, una inetta in meno abbattuta per spaventare tutti gli altri.

Era un ragazzo Carlo. Come noi. E questa vita, con le sue strade e possibilità inaspettate e incontri, e speranze, era giusto che potesse provare a viverla, come ho fatto io… come hanno fatto i suoi amici, i suoi compagni di strada.

Piazza Carlo Giuliani. Ragazzo. Oggi era ancora piena, dopo quattordici anni. Ha un significato profondo ritrovarsi lì. Genova non dimentica.