Child of Light

di Michele R. Serra

Recensioni
Child of Light

Si capisce subito, è una favola: si parte dall’Austria del 1895, ma si finisce subito nel mondo delle fate, o qualcosa del genere. Un mondo in pericolo, creature oscure, cose così. Ammettiamo che non si tratti della storia più originale che abbiamo mai sentito – o visto, in questo caso – e quindi Child of Light punta su qualcos’altro per dirsi diverso. Lo stile.

L’ha sviluppato Ubisoft negli studi canadesi di Montreal, ma Child of Light è specchio dell’amore di questi programmatori occidentali verso il Giappone. Non solo perché hanno chiamato un illustratore nipponico (lo stesso di alcuni Final Fantasy, si chiama Yoshitaka Amano) a disegnare sfondi e personaggi, e il risultato è davvero – hmm, scusate il termine – poetico. Ma anche perché il gioco stesso è un mix di due generi amatissimi proprio in Giappone: platform e gioco di ruolo. Che poi il platform dura poco, neanche la prima oretta di gioco: poi la protagonista impara a volare – fatina – e quindi correre e saltare non serve più a molto.

Il gioco di ruolo invece continua: statistiche che crescono, livelli di esperienza, sbloccare nuovi incantesimi, combattimenti a turni e tutta quella roba che ben conosciamo.

Ok, dunque. Detto che il gioco si presenta in modo splendido, che questo mondo è dipinto con incredibile cura, che la colonna sonora è perfetta… tutto questo non ci impedisce di annoiarci un po’. Non che quelli elencati prima siano elementi secondari, però quando arrivi al dodicesimo enigma uguale al precedente, ti inizi a fare delle domande. È un po’ come se il gioco fosse disegnato per essere giocato insieme dai bambini e dai genitori, o dai fratelli grandi. Però alla fine alcune cose sembrano troppo adulte per i primi, e altre sono troppo infantili per i secondi. Ah, e se per caso avete una qualche idiosincrasia nei confronti di quelli che parlano in rima, lasciate proprio stare.

Child of light gira su PC, Playstation e Xbox.