A Classic Horror Story: non sarà un classico, ma è horror

di Redazione Smemoranda

Recensioni

Qual è lo stato di salute dell’horror cinematografico? Per carità, la risposta è senza dubbio troppo complessa per stare dentro le prime righe di una recensione. Però possiamo riassumerla – banalizzando, inevitabilmente – in poche parole: l’horror è ancora molto redditizio per i botteghini, ma dopo le ondate del found footage e del meta-horror, in Occidente il genere è un po’ fermo, almeno dal punto di vista delle idee.

È il caso anche di A classic horror story, pellicola italiana prodotta da e per Netflix con la regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli. De Feo è stato già autore di The Nest e, come il suo film precedente, anche questa opera seconda è notevole quanto imperfetta, internazionale quanto provinciale. A chi guarda, il giudizio su quale aspetto pesi di più.

A classic horror story non è solo un horror citazionista, che pesca tanto dai classici degli anni Settanta (Non aprite quella porta) quanto dai capisaldi dell’ultimo decennio (sopratutto Midsommar, ma anche Quella casa nel bosco, e perfino Kill Bill 2 – che non è un horror, ma va sempre bene). A classic horror story è anche un meta-horror, che sterza decisamente poco dopo la metà della sua durata, cambiando tono e cornice. Entrambe le sezioni del film sono tecnicamente riuscite, la messa in scena è ricca ed elegante, eppure rimane una sensazione strana: questo racconto vuole dire qualcosa, ma il punto è quantomeno poco chiaro. Gli elementi di critica sociale sono discutibili, così come la critica all’industria culturale (dire che il Sistema ha tarpato le ali alla creatività, in una produzione Netflix…). Come spesso capita, il tentativo di aggiungere strati di significato più profondi va a discapito del divertimento di chi guarda.