Clavdio: l’intervista al cantautore di “Cuore”

di Redazione Smemoranda

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Questo contenuto è realizzato in collaborazione con Indiegeno Fest, dove Clavdio suonerà la sera del 2 agosto.

Clavdio, al secolo Claudio Rossetti, è un ragazzo di borgata, cresciuto ascoltando punk rock in mezzo a viale Palmiro Togliatti, nel quartiere romano di Centocelle. Mamma capoverdiana, papà italiano, terzo di quattro fratelli. Quando è uscito il suo singolo “Cuore” all’officina in cui lavora nessuno sapeva che quel ragazzo riservato stava girando per la città con la sua chitarra scrivendo il suo primo disco un po’ dove capitava, perlopiù in macchina. Un album fisicamente difficile, perché registrato tra casa sua, casa del cugino e un box condiviso. Poi, all’improvviso, esce “Cuore”, e Clavdio con la sua voce profonda, l’ironia e i testi malinconici conquista il circuito radio mainstream e le piattaforme digitali. Diventa per tutti “Clavdio” e inizia il tour per lanciare Togliatti Boulevard, il suo album di esordio con Bomba dischi. A giugno ha aperto il concerto di Calcutta al Milano Summer Festival, stasera è tra gli ospiti di Indiegeno Fest. Lo abbiamo intervistato.

Cuore che è la canzone che ti ha lanciato come cantautore. Parla di un amore giunto al capolinea, quando l’hai scritta eri davvero alla fine di una storia?

Non ero alla fine di una storia, o almeno di nessuna in particolare. Però sì, come è capitato altre volte, era un momento in cui mi sentivo malinconico. Il fatto di scrivere canzoni è stato sempre uno sfogo, e quella sera avevo un testa un mix di emozioni, avevo l’esigenza di sfogare un sentimento che era affiorato, di raccontare le delusioni passate e anche quelle future, del perché le storie vanno a finire sempre in un certo modo.

Il tuo album si chiama Togliatti Boulevard, perché questo nome?

Nell’album c’è un pezzo, Le tue gambe, che racconta della vita notturna di Viale Palmiro Togliatti. Lì c’è casa mia, è dove sono nato e cresciuto, nel quartiere alessandrino al confine con Centocelle, tra queste due zone della città. Viale Togliatti è un po’ di periferia, trascurato, l’ho definito ironicamente boulevard così uno si immagina i viali parigini curati, trionfali. E invece no. L’album si chiama Togliatti Boulevard perché tutti i pezzi del disco racconto qualcosa della mia vita con ironia e amarezza.

Poi c’è anche la squadra dove gioco i tornei di calcio a otto con gli amici, la Olympic Togliatti, su per giù veniamo tutti da lì. 

A proposito di ironia, su Instagram ti definisci “allegretto moderato”. Coi tempi che corrono, meglio riderci sopra?

Sì, anche se sono sempre stato così, fin da bambino, indipendentemente dai tempi che corrono. Riderci sù, vedere il lato positivo o sdrammatizzare per me sono una forma di difesa da sempre.

Cosa ha Roma di particolare per essere la fucina di tutti questi cantautori di successo?

Non lo so, Roma è una città molto grande, i romani sono tutti un po’ diversi gli uni dagli altri, le loro abitudini dipendono da come sono strutturati i quartieri. È una città particolare, anche difficile, ma il suo fascino è incontestabile. La bellezza di Roma la trovi un po’ dovunque, persino nel quartiere dove sto io nella periferia est c’è un acquedotto del 226 d. c. Il centro è il cuore della città, ma nelle periferie si vive in modo più passionale. Noi cantautori romani siamo tutti della stessa generazione, quindi mi viene da pensare che magari abbiamo vissuto delle situazioni che ci accomunano, ma non saprei dirti esattamente quali.

Facciamo un passo indietro, a quando nasce la tua passione per musica. Raccontaci la storia della tua prima chitarra.

La mia prima chitarra in assoluto ha questa storia qui: ero un bambino, avevo sei anni e sono capitato davanti ad un negozio di strumenti musicali. In vetrina c’era una chitarra, volevo che mia madre me la comprasse, ma nulla. Qua.che tempo dopo mi regalò una chitarra piccolina, che io spaccai immediatamente perché volevo quella vera. La mia prima chitarra me la sono comprata proprio in quel negozio, avrò avuto 10 anni. E’ un negozio dove passo ancora, il proprietario è mio amico, facciamo spesso due chiacchiere. Ho iniziato a scrivere canzoni a 10, 12 anni, cioè le scrivevo nella testa, e con la stessa penna che usavo a scuola mi appuntavo qualcosa.

Com’eri a 16 anni?

A 16 anni avevo un gruppo punk rock, anzi più di uno. Ascoltavo e suonavo molta musica punk, il primo concerto della mia vita è stato quello dei NOEFX a Bologna, per vederlo sono scappato di casa alle quattro di mattina. Ero un po’ così, più sul punk rock. Poi in zona da me c’è ancora il Forte Prenestino (ndr CSOA Forte Prenestino è un centro sociale autogestito nel quartiere Prenestino-Centocelle a Roma) dove sentivo suonare i più importanti gruppi d’Europa. Stavo molto spesso lì, suonavo nella sala prove, andavo a vedere moltissimi concerti. L’adolescenza l’ho passata in questo posto.

Con chi sogni di duettare?

In assoluto, con Battiato.

Quali sono i tuoi cantautori di riferimento?

Battiato sicuramente, poi mi piace molto Branduardi, il suo stile come musicista anche se poi la maggior parte dei testi glieli scrive la moglie Luisa Zappa. Poi ovviamente c’è De André, ci sono Bruno Lauzi, Piero Ciampi e tanti di quella scuola. Sono nato ascoltando cantautori, anche mia madre li ascoltava.

Quali sono i tuoi mai senza, le cose di cui non puoi proprio fare a meno?

Mai senza una doccia calda, lunga e ristoratrice. Mai senza il cellulare, che mi serve per registrare. E mai senza un libro, anzi più di uno, quelli non mancano mai.

Che libro hai sul comodino al momento?

Oblomov di Aleksandrovič GoncarovHo un debole per gli scrittori russi dell’800, Oblomov è un personaggione, un misto tra un apatico e un illuminato, da questo personaggio poi è stato coniato il termine “oblomovismo”, usato in Russia per descrivere una determinata “sindrome” generazionale dell’epoca.

La tua playlist dell’estate?

1 Rolls royce Achille Lauro
2 Maniaco Sexual Pop X
3 Sessone Auroro Borealo

Ci lasci una tua citazione per la Smemo?

“Non chiedermi chi sono, non so neanche chi ero, non posso ricordarlo, metà del mio diario se l’è mangiato un tarlo” da Ricordi