Cody Chesnutt Landing on a Hundred

di Michele R. Serra

Recensioni
Cody Chesnutt – Landing on a Hundred

“Tempo fa fumavo crack, mi giocavo i soldi dell’affitto, e perdevo…” (cit. Everybody’s Brother)

Allora: non è una canzone autobiografica, eh. Cody Chesnutt ha detto nelle interviste che non era lui, che fumava un sacco di crack e giocava d’azzardo dilapidando i suoi pochi soldi: era un suo zio. Ehm. Comunque. In ogni caso – che lui lo ammetta o no – c’è molto della vita di Cody Chesnutt nel secondo album di Cody Chesnutt, Landing on a hundred. Un disco (assolutamente) soul che parla di molte cose, ma soprattutto di cambiamento: cambiamento radicale/definitivo.

E infatti. 10 anni fa usciva il primo disco di Cody Chesnutt, The Headphone Masterpiece: un mostro di 36 canzoni, un doppio album registrato, cantato, suonato tutto da solo nella sua cameretta, con un vecchio registratore a quattro piste, una drum machine, poco altro. Era il 2002: essere cool in America – musicalmente parlando – voleva dire cose tipo do it yourself, lo-fi, black, retro, nu-soul. Quindi si capisce che Cody aveva le carte in regola per essere cool. Però, poi.

C’è una canzone dentro Landing on a hundred che si intitola What kind of cool: parla proprio di quello che serve per essere cool nel mondo dello spettacolo. Soprattutto dice che qualsiasi cosa tu faccia non è mai abbastanza, e alla fine perdi sempre. Anche se sei cool come era Cody nel 2002, quando i Roots presero la sua The Seed e ci costruirono intorno una hit mondiale.

10 anni fa Cody era famoso, era cool e se ne fregava di tutto e di tutti. La sua musica era selvaggia e balorda. Ma le cose sono cambiate.

Landing on a hundred è il disco del cambiamento. Lo stesso che parlava di “Fertilizzare un’altra alle spalle della sua donna”, oggi ci dice che l’amore vero è ben più di una notte, ben più della passione, ben più del matrimonio.

Cos’è successo al suono sporco, alle parole lerce che conoscevamo? Quel Cody Chesnutt non esiste più. Oggi c’è un uomo che cerca di camminare sulla retta via, tracciata dai grandi soul singer del passato che univano alla morbidezza della voce la capacità di predicare su temi personali e politici (che poi si sa, negli anni Settanta era la stessa cosa). Anche musicalmente le cose sono cambiate, perché qui di do it yourself c’è poco: al posto della cameretta, c’è lo studio dove Al Green aveva registrato Let’s stay together, e pure una band di dieci elementi. E lo stesso Cody sembra diventato a tratti Marvin Gaye. Il che può anche non essere un male, eh!

Quale Cody Chesnutt preferite? Quello cattivo dell’esordio, o quello buono di Landing on a Hundred? Decidete voi. Ma se la musica rimane di questa qualità, non si sbaglia.