Covid-19: intervista a Luana, volontaria della Croce Rossa

di Giovanna Donini

Le Smemo Interviste
Covid-19: intervista a Luana, volontaria della Croce Rossa

Ho conosciuto Luana una domenica al mare, circa 25 anni fa. Sto prendendo il sole a Jesolo quando ad un certo punto vedo un gruppo di ragazze in costume sfidare a calcio un gruppo di ragazzi in boxer. Palla in mezzo, piedi nudi, sabbia, quattro bottiglie di plastica vuote per fare le porte e la partita comincia. I ragazzi sorridono tra di loro, perché ancora non sanno contro chi stanno per giocare. Dopo cinque minuti i ragazzi sono già sotto di tre gol e non toccano palla. Le ragazze la fanno girare sulla sabbia a tutta velocità e stanno letteralmente umiliando i loro avversari. Come può essere? – In spiaggia se lo chiedono tutti – Come può essere che le “femmine” battano a calcio i “maschi”?

Può essere perché queste ragazze sono calciatrici e giocano tutte in serie A.  A fine partita (che finisce 7 a 1 per le ragazze) vado a complimentarmi con loro. Diventiamo amiche, una di loro lo resterà per sempre. Lei si chiama Luana Amenta.

“Mi chiamo Luana, ho 42 anni, e sono nata e cresciuta a Milano, ma le mie radici sono meridionali, fieramente, meridionali: madre napoletana e padre siciliano, di Lentini, un paese vicino a Catania. Dopo aver cambiato varie professioni, da 9 anni lavoro per un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare e difendere diritti di donne e bambini grazie alla raccolta fondi e alla generosità di persone che donano per finanziare i nostri progetti.”

E però sei anche volontaria della Croce Rossa Italiana…da quanto?

Fin da quando ero piccola ho sempre voluto “fare” ambulanza: ero affascinata dalle sirene, dalla divisa, ma non sapevo bene cosa significasse. La vita negli anni però mi ha sempre portato a fare altre scelte: ho giocato a calcio dall’età di 15 anni e poi ho avuto la possibilità di far parte della prima squadra, la massima serie, la serie A, quando i nomi Guarino e Bertolini, erano solo nomi conosciuti a chi era appassionato di calcio femminile. Quei nomi che ora sono, in sequenza, allenatrice della Juventus femminile campione d’Italia e allenatrice della nostra amata nazionale italiana maggiore. E dopo aver smesso di giocare a 11, dopo un breve periodo di stop, ho ricominciato a giocare a 7 con il Certosa Femminile, una squadra di San Donato Milanese, dove abbiamo vinto… tutto, ogni titolo, ogni competizione ufficiale e non, ed è stata l’esperienza più bella della mia vita.

E dopo avere appeso le scarpette al chiodo, cos’è successo?

Cinque anni fa, nel luglio del 2015, un tragico evento ha scombussolato la mia vita. Mi trovavo con alcune amiche al fiume Trebbia per un weekend di sole. All’improvviso ho sentito qualcuno che gridava e chiedeva aiuto: un giovane ragazzo di 17 anni aveva avuto un malore ed era stato recuperato dal fondo del fiume. Ricordo il rumore assordante dell’elisoccorso che atterrava sul ponte appena sopra di noi, e l’equipe del 118 che correndo sul luogo dell’evento si apprestava a dare soccorso. Intubato e defibrillato, l’immagine successiva era quella di un lenzuolo bianco che veniva adagiato sul corpo inerme di quel ragazzo. Mi sono ripromessa che mai, mai più, nella mia vita, avrei permesso a me stessa di essere impotente e incapace di fronte a una situazione del genere. Tornata a casa a Milano ho cercato su internet un Comitato di Croce Rossa che mi desse la possibilità di apprendere le nozioni di primo soccorso e l’utilizzo del defibrillatore. E così è stato.  A ottobre del 2015 iniziai il corso per diventare prima volontario di Croce Rossa, e poi scelsi di proseguire frequentando il corso 120 ore che mi avrebbe dato la possibilità di diventare soccorritore esecutore della Croce Rossa Italiana, e dopo l’esame di certificazione 118 conseguito con Areu (Azienda Regionale Emergenza Urgenza), ho conseguito l’attestato per l’abilitazione.

Perché hai scelto Croce Rossa Italiana?

Perché Croce Rossa è…ovunque. Croce Rossa è sulle ambulanze, è presente nelle situazioni d’emergenza durante un terremoto, un’alluvione. Prestiamo assistenza durante lo svolgimento di competizioni sportive, fiere, sfilate, centri commerciali, eventi folkloristici. Ma con l’area sociale siamo anche in giro per strada la notte dando supporto ai senza fissa dimora, e anche presso i centri immigrati per la distribuzione dei pasti. Ma siamo anche nei porti, ad accogliere i barconi carichi di persone stremate che arrivano dopo un lungo e devastante viaggio. Siamo negli  ospedali, con gli operatori clown che portano sorrisi ai degenti. Croce Rossa fa ricerca dispersi, assistenza e soccorso in montagna, sulle spiagge e in mare. Siamo tra la gente comune per la formazione di primo soccorso e all’utilizzo laico del defibrillatore, ma anche nelle scuole, per le lezioni sull’educazione sessuale o per sensibilizzare i giovani ragazzi alle tragiche conseguenze dell’abuso alcolicoNoi, ci siamo. Siamo lì, accanto a chiunque in maniera umana e imparziale.

Di cosa ti occupi esattamente?

Chi sono io oggi in Croce Rossa? Una delle tante persone che decide di dedicare il proprio tempo libero ad aiutare gli altri.  e da un paio di anni ho anche iniziato il percorso da formatore per diventare istruttore nazionale 118 (interrotto solo da una chiamata alle ore 21.30 il giorno prima dell’inizio del corso proprio a causa di quelli che erano i primi casi di Coronavirus).

In quanti siete sul mezzo?

La mia attività principale è quella del 118: la Regione Lombardia prevede la presenza di almeno 3 operatori presenti sul mezzo di soccorso base (l’ambulanza), ma noi abbiamo la fortuna di avere in equipaggio anche un quarto operatore, solitamente un tirocinante che inizia a uscire in turno come osservatore. Per dare assistenza in sicurezza e secondo dei criteri dettati da chi, professionalmente, si occupa di medicina d’urgenza, seguiamo un protocollo preciso che ci viene insegnato e che seguiamo con scrupolosa attenzione su ogni intervento, quello che viene definito lo schema ABCDE.

Cosa succede in questi giorni, da quando è iniziata l’emergenza?

Le persone che chiamano stanno davvero male. Troppo, male. Non riescono a respirare. Quando provano a raccontartelo dicono che è come se fossero sott’acqua, vanno in apnea, hanno fame d’aria. Boccheggiano, non riescono quasi nemmeno a parlare. Prima del Covid, arrivava il servizio in sede, si partiva, si citofonava, si saliva dal paziente con zaino, defibrillatore, ossigeno ed elettrocardiogramma con l’intera squadra, e si iniziava a seguire lo schema abcde: coscienza, respiro, circolo, stato neurologico ed esame della persona. Si chiamava la centrale operativa e tutti insieme si gestiva l’intervento.

Cos’è cambiato adesso?

Arriva la chiamata e si parte. Il servizio prima era gestito da 4 operatori. Ora sale e si espone solo il capo servizio. “Ha avuto febbre e tosse? E’ stata a contatto con persone sospette Covid o positive?”. Oggi siamo costretti a stravolgere anche il nostro protocollo: arrivi sul paziente, provi febbre e saturazione, metti ossigeno ad alti flussi, e ti guardi intorno. Sei sola. Non c’è il collega con cui condividere le informazioni e dividere il servizio. Si chiama la centrale operativa e si parte per il pronto soccorso. E ti ritrovi in piedi, davanti a una persona anziana che a ogni colpo di tosse sputa sangue e riempie la mascherina dell’ossigeno di liquido ematico. Gliela togli, la pulisci al meglio delle possibilità, e gliela rimetti perché senza va in apnea. E l’occhio cade inevitabilmente sui guanti e sulla prima parte del braccio completamente insanguinato. E dietro alla mascherina sorridi e cerchi di dare conforto alla signora, con il sudore che scende sul viso, sulla schiena, con la matita degli occhi che sbava. E arrivi in pronto soccorso in codice rosso e c’è l’infermiera del triage che chiede consegna: “Ciao! Siete il rosso positivo?”…”Sì, dispnea, tosse, febbre, desatura in aria ambiente a 78 e con ossigeno ad alti flussi arriva a 85”. E sai già quale percorso fare: quello “sporco”. Quel fottuto percorso sporco che percorri ogni volta con il terrore di non incrociare altre persone che ti guardano con occhi persi. Saluti la signora e la lasci ad altri infermieri, bardati anche loro, che la prendono e la portano via. E lo sai, che quella sarà l’ultima volta che quella signora avrà visto la luce del sole. Lo sai che il saluto che ha dato alle persone che ama, è stato l’ultimo. Perché se ne andrà da sola. In un letto di ospedale. E non ci saranno le pareti di casa sua ad accompagnarla nel suo eterno sonno. Non ci saranno le voci conosciute, amiche, familiari, ma pareti asettiche, bianche, neutre, senza la sua storia. Ti giri, prendi i tuoi presidi, e te ne vai.

Qual è il momento peggiore?

Il ritorno in sede è la cosa più brutta. Perché sei…sola. I colleghi davanti, protetti da un vetro chiuso ermeticamente con del nastro adesivo, e bisogna chiamare la centrale: “Rientriamo non disponibili per sanificazione del mezzo e ripristino dei presidi di protezione individuale”. Apro sempre il finestrino …e l’aria mi travolge. Ma sono ancora vestita. Ho ancora tutto addosso. In sede abbiamo una porzione del cortile ormai dedicata solo alla sanificazione. Anche noi abbiamo il nostro percorso sporco. C’è una procedura anche per quello. Ed è la fase più delicata perché hai tutto infetto addosso e devi stare attenta a non contaminare nulla se non quello che hai sopra la divisa. Disinfetti ogni piccola porzione del mezzo, la barella, i sedili, le maniglie interne ed esterne, i sedili, le bombole di ossigeno, il termometro tutto…e azioni la macchina dell’ozono. Pensi “Ora posso svestirmi”. Con movimenti attenti e delicati segui rigorosamente i passaggi per la svestizione. Metti tutto nel sacchetto giallo del materiale infetto. E l’ultima cosa che togli è la mascherina. Ti pieghi in avanti a 90 gradi, e la sfili con i guanti puliti appena indossati. Ti rialzi e…RESPIRI. Finalmente. La prima boccata d’aria è la cosa più preziosa del mondo. Aria. E lo fai inspirando dal naso, perché fino a quel momento per almeno un’ora e mezza lo hai fatto solo con la bocca. Se c’è tempo accendi il pc per fare la relazione di servizio Covid. Ma la maggior parte delle volte…ti viene a chiamare il collega per dirti che è arrivato un altro servizio. Prendi in mano il cellulare in attesa che la centrale ti chiami, che puntualmente arriva “Opera, è un altro Covid”.

Non hai mai pensato in questi giorni terribili di fermarti?

Onestamente no. Sono stanca provata terrorizzata e preoccupata. Ma se mi chiedete di rifarlo tutti i giorni, io lo rifaccio. La mia scelta è stare esattamente dove sono. Non esiste altro luogo in cui vorrei essere ora. E sapete perché? Per quel sorriso fatto alla signora anziana dietro alla mascherina, o alla mano insanguinata sul petto della paziente cercando di dare il ritmo giusto per poter respirare meglio, nel limite del possibile. Quante storie, diverse, uniche.

Hai paura?

Sì, certo. Ho paura. Ho paura di non essermi vestita in maniera maniacale, ho paura di essermi toccata involontariamente il viso con i guanti infetti, di non aver seguito tutte le procedure di protezione. Ma più che altro…ho paura di avere alzato un muro e non provare più emozioni. Nulla apparentemente mi tocca. E’ come se avessi una corazza che utilizzo per lasciare fuori le immagini, gli odori, le voci, perché se le lasciassi entrare difficilmente potrei continuare…  Le prime volte mentre mi vestivo quasi tremavo. Ora è diventato un rituale: spacchetti il kit Covid e con l’aiuto di un collega in pochi minuti sei pronto per partire. Ma poi torni a casa, entri in doccia, e scoppi in lacrime. E le lacrime si confondono con il getto d’acqua. E crolla tutto. Proprio come nei film.  Qualcuno sostiene che questa non sia una guerra. Perché la parola guerra implica in qualche modo qualcosa di negativo, e dobbiamo essere positivi. Ma questa è…una guerra. Una guerra contro un nemico invisibile, subdolo, meschino, che stermina intere famiglie. E’ la guerra della solitudine, perché i malati sono soli, le persone in quarantena sono sole, tutte le persone che stanno lavorando sono sole. Noi soccorritori, siamo soli: impossibilitati a vedere da due mesi le nostre famiglie. E’ la guerra dei mancati abbracci, baci, carezze, attenzioni fisiche. E’ la guerra dell’inganno. Dell’incertezza. Dell’inconsapevolezza del domani.

Eppure voi non mollate mai…

No…noi…lottiamo. Sempre. E come ci diciamo o ci scriviamo tra di noi, tra colleghi: #nonsimollaperuncaxxo. E non lo facciamo per la gloria o per qualche tipo di riconoscimento. Non lo facciamo per gli applausi o per i grazie. Non lo facciamo per sentirci dire “meno male che ci siete voi”. Lo facciamo perché è quello che abbiamo sempre fatto. Lo facciamo perché lo abbiamo scelto. Ed è quello che probabilmente ci riesce meglio nella vita.  Lo facciamo perché indossare la divisa con l’emblema della Croce Rossa Italiana sul braccio, sul petto, è motivo di orgoglio e sentiamo addosso la fierezza della storia di più 150 anni di assistenza e aiuto alle persone. Sai qual è stata una delle prime cose che mi ha fatto innamorare della Croce Rossa? Una frase pronunciata dal nostro fondatore Henry Dunant: «Poiché tutti possono, in un modo o nell’altro, ciascuno nella sua sfera e secondo le sue forze, contribuire in qualche misura a questa buona opera».