Davide Minciaroni: “Se una storia è scritta bene, i messaggi passano”

di Irma Ciccarelli

Le Smemo Interviste
Davide Minciaroni: “Se una storia è scritta bene, i messaggi passano”

Abbiamo intervistato Davide Minciaroni in occasione della pubblicazione del suo primo progetto fumettistico Graveyard Kids. 

Classe 1994, vive a Bologna, dove ha frequentato il corso di Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti. Nel 2015 è tra i fondatori del collettivo Doner Club.

Nel 2017 inizia a pubblicare la prima versione autoprodotta di Graveyard Kids, in albetti fotocopiati su carta colorata. Nel 2018 vince, nella categoria Miglior serie dal tratto non realistico, il Premio Micheluzzi del Comicon. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo libro in uscita.

Davide Minciaroni: l’intervista

Come è nata questa tua passione per il mondo dei fumetti? Qual è stato il tuo percorso?

Fin da piccolo ho sempre avuto la passione per i fumetti, portata avanti con gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna frequentando il corso di fumetto. In questo modo ho concretizzato un interesse, è diventata una “cosa seria”.

Inoltre, come esempi di questa fattibilità c’erano molti giovani autori italiani che lo facevano come lavoro, non saprei dirti uno in particolare. È da sempre che avrei voluto fare questo come “lavoro”, è stato qualcosa di costante nella mia vita.

Graveyard Kids è il titolo di questo tuo primo fumetto. Cosa ti ha ispirato? Come è nato questo progetto?

Prima di ogni riferimento al mondo dei Manga, c’era l’dea stessa della storia, da cui sono partito anche se è stato tutto molto più facile quando ho pensato che avrei potuto impostarla come uno shonen, è stata una cosa funzionale a quello che volevo raccontare.

Questa storia è nata da tanti input, dal periodo delle medie e dai manga che leggevo, ma anche dai programmi televisivi, specialmente americani, che parlavano della figura del bullo e di queste dinamiche all’interno della scuola.

L’idea è stata di rielaborare e di attualizzare questi temi, riguardandoli con una certa ironia e con uno sguardo chiaramente diverso da quando li ho visti da spettatore, da fruitore. Penso sia una cosa che funziona molto bene con il pubblico.

Quindi, il motivo per cui sta funzionando questo fumetto è perché’ i temi che vai a trattare sono quelli che abbiamo vissuto tutti?

 Sì, a livello di tematiche è una cosa che viene fuori, ma non a livello didascalico: mi sono approcciato allo scrivere questo fumetto come progetto auto-prodotto, quindi non avevo assolutamente nessun tipo di censura né la volontà di fare una cosa “pubblicabile”, quindi tenerla un minimo politicamente corretta e robe del genere.

Onestamente, all’inizio non avrei mai pensato che fosse stato un progetto con una casa editrice.

Quindi, se le tematiche vengono fuori e recepite bene è anche perché sono affrontate in un modo tutt’altro che didascalico, cioè senza la volontà di fare una cosa “educativa”. Penso che se una storia è scritta bene, i messaggi passano.

Oltre al bullismo, un altro tema che tratti è il rapporto tra fratelli, con quello maggiore che cerca di proteggere quello minore e viceversa.

 Questa parte della storia viene direttamente dalle influenze manga più che dalla vita vissuta, è uno dei riferimenti più diretti al genere shonen, è un archetipo che ritorna spesso: la dinamica di un personaggio più forte che fa da mentore e deve difendere quello più debole che ad un certo punto dovrà reagire per crescere.

In realtà si ritrova anche nel romanzo di formazione, ma il modo in cui l’ho trattato è del genere shonen.

In questo fumetto, i personaggi vengono rappresentati come erano visti nell’immaginario dei ragazzi. Per esempio, come per la Banda dei gatti: i suoi componenti vengono disegnati con sembianze feline.

Volevo mantenere una certa libertà sia nel tratto che nel disegno dei personaggi e puntavo molto sull’esasperazione delle espressioni e dei movimenti. Le dinamiche stesse della storia mi permettono di avere questa libertà così da poter inserire cose irreali, però senza che questo vada a stridere con il tono del racconto.

C’è una storia di base, ambientata in un mondo verosimile, non troppo diverso dal nostro, dove non è strano che un personaggio è disegnato come un animale oppure vola per dare un calcio ad un altro e cose del genere.

Il design dei personaggi è venuto abbastanza naturale dato il tipo di storia che volevo raccontare: c’è anche stato un momento in cui ho pensato specificatamente di disegnarli in questo modo affinché potessero rappresentare qualcosa.

davide minciaroni graveyard kids
Copertina di Graveyard kids

C’è un personaggio secondario che potrebbe diventare un protagonista perché già in questa prima parte ha dato un segno di importanza, di essere fondamentale, di essere un personaggio chiave? 

 Mi interessa molto nel seguito della storia sviluppare un po’ tutti i personaggi e falli venire fuori di più. Ho già delle idee. Tra le cose positive dello scrivere una serie c’è il fatto che hai il tempo di farti venire delle idee che all’inizio potevi non avere.

Già in questo primo volume ci sono tante cose che hanno preso una direzione che quando ho iniziato non avrei pensato, anche semplicemente quel minimo di approfondimento psicologico sul background dell’antagonista, Bill, è una cosa che ho pensato quando mi sono messo a fare il terzo capitolo.

Nello specifico, nel prossimo volume, vorrei approfondire il personaggio della ragazza Lule, inizialmente non prevista neanche in questo primo capitolo.

Sei già al lavoro sul secondo numero?

 Sì, sto lavorando al secondo e posso dire che per il momento mi sta piacendo moltissimo! Ho visto che, come dicevo prima, si sta evolvendo un po’ autonomamente e sta prendendo una direzione che non pensavo all’inizio, sto riuscendo ad inserire tante cose e aspetti che, sono una sorpresa anche per me. Mi sta piacendo molto.

 Sarà tanto differente a livello grafico o sarà sempre su questa linea?

No, sarà coerente con questo primo capitolo che è uscito. La differenza è che avendo più spazio per sviluppare la storia, potrebbe essere più approfondita e libertà di azione perché i lettori conoscono già molte dinamiche, quindi non paro da zero.

Sono contento che sia una serie perché anche il feedback che sto avendo è molto importante, molto utile anche a livello di fiducia, ti mette molta voglia di lavorare anche al prossimo volume.

Che consiglio daresti a qualcuno che vuole intraprendere questo percorso, quindi dedicarsi al mondo dell’illustrazione, del fumetto?

Un consiglio che darei è di non fossilizzarsi solo su questo, di cercare degli input da tanti altri mondi differenti, sia che faccia parte del mondo dell’arte che non.