Diario di una donna diversamente etero 8

di Giovanna Donini

Storie di Smemo
Diario di una donna diversamente etero – 8

Andavo a scuola, prendevo l’autobus e lei era il mio sogno erotico in movimento: Alessandra. Non era bella, ma aveva qualcosa che mi faceva sudare intensamente, qualcosa che mi faceva sognare, qualcosa che mi faceva eccitare. Forse i capelli, forse la bocca, forse lo sguardo, ma credo fosse più che altro lo zaino. Non lo so. Alessandra aveva qualcosa. L’autobus era sempre stracolmo, mancava il respiro a tutti, e per starci dentro dovevi essere magro e cattivo. Oppure grasso e motivato. Oppure morbido e incazzato. Oppure brutto, sudato e con l’apparecchio ai denti. Proprio come me.

Alessandra, in autobus, si metteva sempre davanti, vicino al conducente di turno, e gli parlava. “Vietato parlare al conducente” diceva il cartello, ma evidentemente, non specificando il nome, nessuno si sentiva veramente chiamato in causa e tutti gli parlavano. Io, in autobus, mi mettevo sempre vicino ad Alessandra. Mi mettevo dietro, a due centimetri dal suo zaino, sfiorandolo, ogni tanto, con amore e dolcezza, come se mi appartenesse. Conoscevo tutte le scritte di quello zaino. Tutte: “My mother is shit, true blu baby i love you, every break you take, save a prayer and my name is Alessandra Sattalan”. Good bless Alessandra Sattalan. Pensavo io, in linea con le sue scritte. Dio benedica Alessandra Sattalan. Pensavo io, in linea con i suoi pensieri. Ma cosa cazzo scrive Alessandra Sattalan? Pensavo io quando razionalizzavo la visione. In ogni caso lei era il mio sogno erotico in movimento e per cinque anni di autobus e di scuola, nessun altro zaino mi aveva fatto cambiare idea.

Quando finisce la scuola e ti diplomi la tua vita cambia. E’ come se ti lanciassero senza paracadute in mezzo ad un campo di grano senza cerchi e pieno di pannocchie che nella caduta, si può immaginare, rischiano di infilarsi un po’ ogni dove. Sei là, libero, ma perduto e infilzato. Senza più orari, parole, cartelli, autobus, zaini e direzioni.  E senza più Alessandra Sattalan che tutte le mattine prendeva l’autobus. Ciao Alessandra, ciao sogno erotico.

Passano cinque anni e una sera vado ad una festa.  Ad un certo punto una ragazza non bella che, però, aveva qualcosa che mi faceva sudare, si siede vicino a me e comincia a parlarmi. Come se io fossi un conducente qualunque di un autobus qualunque. Era lei, Alessandra: “Scusami sai, ma senza zaino non ti avevo riconosciuto” le dico io “Andiamo a casa mia!” mi dice lei. Finisco a casa sua, tra le sue cose, e mentre facciamo l’amore, penso allo zaino che non c’è più. Il mio sogno erotico in movimento diventa realtà.

Poi mi dice che convive. Sta con uno piuttosto tenebroso. Uno che prendeva l’autobus con noi. “L’autista?” chiedo io “No” risponde lei. Uno che veniva a scuola con me. Forse lo conosco, ma spero, proprio, di no. Io e Alessandra Sattalan ci frequentiamo abusivamente per tre mesi. Poi un giorno, per strada, la vedo arrivare, mano nella mano, con il suo compagno. E, invece, di venirmi incontro lei, mi viene incontro lui. Marco. Certo si, lo conosco. Ci volevamo pure molto bene. Poi ci siamo persi di vista. Lui è sparito per un bel po’. Ma non ci siamo mai dimenticati. Lo vedo e deglutisco. Mando giù saliva amara, piena di sensi di colpa e paura.

“Vieni a cena da noi/stai per sempre con noi/non perdiamoci mai più..” dice lui saltellando come una molla. “Ma allora sei tu la persona di cui mi parla sempre Alessandra?/Dice che ha trovato una vera amica!”. Chiamala pure amicizia, una storia erotica che si consuma abusivamente tutti i martedì e giovedì dalle sette alle otto e trenta e qualche volta pure il sabato mattina dalle 10 alle 12, orario in cui lei dice a lui, che deve andare in palestra, al corso di yoga. Chiamala yoga. Chiamala come vuoi. Perché lo so che tanto non immagineresti mai. Deglutisco. Più volte. E, nel frattempo, passano altri tre mesi.

Finchè un giorno lui viene da me e mi dice che mi deve parlare. Ha la faccia seria. E pallida. Ha la barba lunga. E strana.

“Secondo me Alessandra mi tradisce/se la becco con un altro faccio una strage/prima uccido lei/e poi lui/Che faccio, secondo te, le metto un investigatore privato?”. Io non riesco nemmeno a deglutire e con poca voce e molta fantasia gli consiglio il miglior investigatore privato della zona. Poi, vestita di nero, corro da lei: “Dobbiamo lasciarci/lui sospetta/se ci becca ci uccide/ti farà pedinare/non possiamo scappare/lo faccio per te/non vorrei che ti succedesse qualcosa di grave/si, io morirei per te, ma non così/ciao”. Le donne, si sa, quando si lasciano si abbracciano e quando si abbracciano piangono. E così abbiamo fatto noi, quando, all’improvviso, entra in casa lui.

“Perché piangete?/Cos’è successo?/Alessandra: non avrai mica raccontato a lei la storia del gatto?”. Sì, dice solo Alessandra. Sì. Sì e Sì.

Marco commosso mi abbraccia, mi fa sedere, bere e mi misura la febbre. Ho 38e9. Di colpo. Tremo e temo che lui mi possa fare una semplicissima domanda: cosa ne pensi della storia del gatto? Infatti, me la fa. “Non riesco a parlare/sono troppo sconvolta/è una storia tristissima/” dico io.  “Sono cose tremende/non avresti mai dovuto conoscere la storia del gatto, ma Alessandra si fida così tanto di te/come me”.

Deglutisco e sparisco. Con la scusa del lavoro, cambio perfino città. E passano altri tre mesi. Squilla il telefono. Marco.

“Io e Alessandra ci sposiamo/non puoi mancare/ti vengo a prendere ovunque sei/se non vieni al nostro matrimonio ti uccido”. Quante volte si rischia di morire per amore? Mi chiedo mentre cammino lenta verso la chiesa il giorno del matrimonio di Marco e Alessandra. Non mi rispondo e faccio entrare in chiesa tutti gli invitati. Voglio sedermi in fondo, per non vedere gli sposi. Ma non considero che se ti siedi in fondo, se sei l’ultima persona dell’ultima fila, sei anche la prima che la sposa vede entrando in chiesa. Non vedevo Alessandra dal giorno dell’addio. Quel giorno aveva i jeans, adesso è vestita da sposa. Lei mi guarda, io la guardo. Sette passi e uno sguardo. Poi lei diventa la moglie di Marco. Non partecipo al lancio del riso. Non partecipo al grido: bacio, bacio, bacio. Non partecipo agli auguri collettivi. Non partecipo al lancio del bouquet. Ma vengo obbligata a partecipare alla foto con i due sposi.

“Se non la fai ti uccido” mi dice Marco che ha sempre questo vizio di ricordarti che la morte è dietro l’angolo. E mentre ci stringiamo, per fare questa foto a tre, Marco mi sente tremare, mi guarda negli occhi, mi mette all’angolo e mi dice: “Non pensare che io sia stupido/ho capito tutto/hai ancora in testa… la storia del gatto/”.

Non saprò mai e, quindi, non lo saprete nemmeno voi, che fine ha fatto quel gatto. Ma lo ringrazio tanto, per averci salvato la vita. Adesso, a me ed a Alessandra, ne restano solo sei.