Dieci dicembre

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
Dieci dicembre

Pensai che avesse una gran considerazione di George Saunders il proprietario di quel tweet.

Tutto preso dalla curiosità, e dalla commozione che qualcun altro avesse potuto toccare con il proprio dito gli abissi della propria anima, comprai Dieci dicembre di George Saunders edito da Minimum fax, la stessa casa editrice che mi fece conoscere quel geniale scrittore che è DFW = gratitudine.

Dieci dicembre di George Saunders è un libro di racconti: sono 10 storie in tutto, dieci storie americane.

Un libro di racconti è uno stato anarchico, nel senso che il lettore può iniziare dal racconto che desidera, può fare come crede con rispetto delle pagine e di quelli che le sfoglieranno dopo di lui: questo non vuol dire che non ha il diritto di sottolinearle o di annotarle. Un libro di racconti si può leggere anche a ritroso, se è per questo. Si può andare pure senza mani in un libro di racconti.

Io però, purtuttavia, io ho l’abitudine di iniziare un libro dalla prima pagina: he, le care e vecchie abitudini.

Pertanto, se Dieci dicembre non fosse un libro di racconti io lo avrei lasciato nel vagone della metro dove mi trovavo quando iniziai a leggerlo.

– Perché?

– He, perché il primo racconto di questo libro di racconti che s’intitola giro d’onore, ha nelle sue viscere, addirittura nella stessa pagina, parole come “sfondone”, “sacripante”, “sederone”, “paffutello”, “adorava”; sacripante, “se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.” Segue espressione colorita.

Sì; ebbi l’intenzione di scendere alla prima fermata disponibile senza portarmi dietro il libro, tuttavia avevo un appuntamento e un tragitto per arrivarci; tragitto che era piuttosto lungo, per quanto possa essere lungo un viaggio in metro, e noioso, per quanto possa essere noioso un viaggio in metro, e avevo solo questo libro in tasca a meno che non volessi perdere il mio tempo con lo smartphone andando di quando in quando a controllare se sul social network qualcuno avesse apprezzato la foto che avevo appena proposto.

A posteriori devo dire che è stata una fortuna aver scelto di ammazzare il tempo con il libro di George Saunders che si chiama Dieci dicembre: qualcuno potrà anche non crederci ma in quel momento ho sentito Seneca darmi una pacca sulla spalla.

Perciò, spinto dalla noia e dalla forza di non abbandonarmi al mondo virtuale, ho aperto il libro come un dilettante tira i dadi, a cazzo di cane, e sono piombato su un racconto che si chiama le ragazze Semplica: io spero davvero tanto che le RS esistano solo nella fantasia di George, scrittore. Il protagonista del racconto, che prende la decisione di scrivere un diario per lasciarlo al futuro lettore, mi ha ricordato il gestore indiano del Jet Market di Springfield, mi ha stretto il cuore, mi ha imbronciato ancora di più e mi ha riappacificato con George Saunders ma non con la sua traduttrice.

Una considerazione: se George Saunders fosse stato informato che la sua traduttrice gli avrebbe di lì a poco messo nella penna una parola come “sacripante”, beh… fors’anche non l’avrebbe bevuto quello inchiostro. Insomma, quello che più mi urta è l’arbitrarietà con cui si è deciso di usare la parola “sacripante”, anche se non so come sono andate le cose.

Proposito = imparare una volta per tutte l’inglese.

Io poi ho letto altri racconti di Gorge Saunders in questo libro, mica solo uno: ne sono 10!

George Saunders mi ha riportato un’America impasticcata di capitalismo all’ennesima potenza, un’America dove tutto ciò che conta è realizzare i propri sogni anche se poi per farlo c’è da calpestare l’orto del vicino che ha appena coltivato i carciofi con tutta la sua buona volontà; vicino che quest’anno non mangerà i carciofi e non per colpa delle avverse condizioni climatiche; anche se poi per farlo occorre prendere una pillola del giorno stesso, del momento stesso, una pillola sociale e socializzante per socializzare con la propria vicina di banco anche se non c’hai niente in comune e lei non si ricorda nemmeno come ti chiami; anche se poi per farlo bisogna andare alla guerra perché la Patria poi chi la sente se non ci vai, ché se non vai in guerra non potrai mai tornare a casa e tutto ciò che conta è sempre e solo tornare a casa = grazie per aver servito la Patria.

Un’America senza cuore ma con tanti sogni, dunque; sogni che si avverano come da nessun’altra parte al mondo. Un’America piena di spazi e di orizzonti ma che preferisce il cortile, la proprietà, i sogni forzati. Un’America che consuma financo la malattia, dove l’ingranaggio sociale arrugginito è tenuto in piedi solo dalla pastiglia, un edulcorante dell’amara vita. D’altra parte gli americani a quest’ora non sarebbero americani se non esisteva il rum.

Nonostante tutta questa merda, i personaggi di George Saunders hanno un non so che di umano, e questo mi sembra una ribellione, una ribellione americana.

George per me è un anticapitalista, è un ribelle americano, è un bravissimo scrittore, purtuttavia, con rispetto parlando, non mi sembra paragonabile al caro vecchio leone DFW! David Foster Wallace mi sembra totalmente immischiato nel sostrato americano, invece George no. Mi pare che Saunders, a differenza del suo collega, guardi le cose dal di fuori, con acutezza ma dal di fuori.

Ciò posto, mi sembra del tutto necessario, soprattutto per i connazionali di Saunders, leggere George Saunders: in lingua inglese, s’intende.

“Siamo andati via di casa, ci siamo sposati, siamo diventati genitori, abbiamo scoperto che il seme della grettezza fioriva anche dentro di noi.” George Saunders, Dieci dicembre