Indie rock Italia: il meglio dell’autunno 2018

di L Alligatore

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Postino, un nome particolare per un nuovo musicante della scena alternative-pop cantautorale, all’esordio con un disco intitolato Latte di Soia. Contraddistinto da otto pezzi scritti per caso, trasformati in album per farsi un regalo per la laurea in medicina, e diventati fin dal primo singolo “Blu”, un fenomeno: 55 mila ascolti su YouTube, 85 mila su Spotify, arrivando al IV posto nella classifica top 50 Viral Italia.

Quindi il disco, minimalista quanto giovanilista, surreale e soave come un Dente uscito nel 2018: la già citata “Blue”, voce/tastiere/elettronica, scioltezza, patos, autobiografia (come tutte le altre), “Anna ha vent’anni”, bel pezzo dedicato a una donna, le sue infelicità, tra lavoro e social, “Fuori dalla disco”, ironico pezzo autobiografico su una disavventura con una ragazza, dove si trova il latte di soia che ha dato il titolo all’album.

Tutto l’esordio fila via liscio su queste tematiche, ironiche e malinconiche, come la conclusiva “Quella scatola”, sulla fine di un amore, con rimpianti e suoni elettronici che piangono. Tra salutismo ed eccessi alcolici, c’è tutta un’epoca (o quasi) in “Latte di Soia” disco in presa diretta.

Angus McOg è un emiliano che fa un pop-folk come fosse nato in Gran Bretagna, lo fa da alcuni anni con risultati sempre migliori. In agosto è uscito il suo nuovo album, Beginners con in copertina il volto di un bambino che esce dall’acqua.

Dieci pezzi molto intensi, per un disco ben calibrato che si ascolta sempre trovandoci ogni volta cose diverse. Così oggi vi posso dire che ascoltando “Laika” sento il vero indie-folk-rock, corale, con chitarre e violini in primo piano, mentre in “Turkish Delight” odo l’organo che avvolge fin dalle prime note questo brano intimo e allo stesso tempo universale, e in “Ulysses” raggiungo il massimo grazie a un pop-rock internazionale con virate psichedeliche in un crescendo di vocalizzi, organi, chitarre, il ritmo, l’arpa e chi più ne ha… probabilmente è il vertice sonoro di “Beginners” (a proposito, anche la title-track non è da meno, sempre molto emozionante e dalla ritmica incalzante), ma domani potrei dirvi che è “Chanting Mime Hands”, inesorabile pezzo finale dalla melodia incredibile.

Insomma, ho trovato un Angus McOg in splendida forma in questa sua nuova uscita, la terza dopo l’esordio “Anorak” del 2011 e il seguente “Arnaut” del 2013. Tre splendide autoproduzioni.

Gerardo Balestrieri è un cantautore di oggi, quindi fuori dal tempo e dallo spazio. Vive a Venezia, città a parte, e propone da sempre delle canzoni libertarie, nei suoni, nelle parole, nel modo di presentarle. Come in questo suo recente disco uscito qualche mese fa per la label tedesca Smart e Nett, Syncretica. Vi hanno suonato ben 30 musicisti da tutto il mondo, per mettere in scena dodici canzoni più una bonus track, scritte da Gerardo nel corso del tempo.

Musicisti da tutto il mondo, con strumenti spesso dimenticati, se non sconosciuti, oltre al voce/piano del veneziano: santouri, bouzouki, fiati, archi, il contrabbasso, il farfisa, bendir, baglama, daf, campana tibetana, deejeereedoo … e poi lingue (italiano, francese, inglese, greco) e linguaggi musicali estremi. Musica blues accanto al rebetiko, jazz, rock, balcanica, citazioni da Boris Vian a Piero Ciampi, Fanis Karoussos e un’originale “Cielito Lindo” che resta a lungo in testa, per un cd curato fin nei minimi particolari.

Ora Balestrieri sta lavorando a un concept-album di tre dischi dedicati a Corto Maltese.

Disappointed è il primo disco di Emil Moonstone, progetto solista della storica voce dei Twoo Moons, band bolognese di post-punk introspettivo e cupo. Caratteristiche mantenute pure in questo album, anche se con caratteristiche più intime e personali. Personali nell’esecuzione, s’intende, perché “Disappointed” parla di tematiche universali, come l’anima (nera) dell’uomo sotto il neoliberismo, il fallimento della razza umana, la falsità e l’opportunismo mantenuti nel corso dei secoli. Belle tematiche forti, come è forte lo sguardo di Emil sul mondo.

Testi secchi e decisi, come in “You wonder when will it end”, psichedelica e ipnotica con chitarre distorte e un ritmo battente nel cervello, come in “Fake”, altrettanto pestante, sia nel cantato sia nei suoni sintetici, o in “New Desire”, nera come la pece, tra desiderio e fine, sembra un pezzo del miglior Nick Cave. Ma è tutto un disco di (buoni) cattivi sentimenti. Non a caso chiude con “Hurt”, cover degli NIN, che fa tanto pensare all’esecuzione di Johnny Cash.

Riccardo Onori è un grande musicista, da anni accanto a molti musicanti, il più famoso dei quali è probabilmente Jovanotti. Nel caldo settembre 2018 è uscito il suo disco d’esordio, Sonoristan, forse anche per questo l’autunno è caldo.

Ci sono molti colori, molti profumi, odori speziati dal mondo, perché Sonoristan è un paese inventato dal chitarrista toscano, un paese dove tutti sono ben accetti. E allora ecco tanti suoni dal mondo, come nella title-track, rap indignato/indignante cantato da Pietro Matteo Grigio e Ziad Trabelsi, tunisino d’origine da anni in Italia, ecco “Tamiditin”, alternative-nenia psichdelica cullante eseguita dal tunisino Mohamed Azizi, ecco “Guasasa” autentico pezzo etnico, una Cumbia scritta con il cubano Ruben Chaviano, che la canta in modo libero e convinto.

Buone anche “Sea no street”, energico/energetico jazz con tromba di Gianluca Petrella e la bella voce di Sabina Sciubba delle Brazilian Girls e “Imidiwen”, altra poetica nenia cantata da Ahmed Ag Keady, che ci fa pensare che un altro mondo musicale è ancora possibile (e non solo musicale).

Tritonica, si tratta del nome di una band, non di una nuova droga sintetica, ma la loro musica lo potrebbe diventare. Con Disforia (altro nome che è tutto un programma) la band romana ha esordito quest’anno.

Mi hanno spiegato sul mio blog, che “Dysphoria” è una parola greca composta dalla radice dys – male e pherein – sopportare, solitamente usato in psichiatria per indicare uno stato di depressione accompagnato da irritabilità e nervosismo. E’ l’opposto dell’euforia. Con questo album hanno cercato di rappresentarla. E allora vai con le pulsioni elettroniche, gli scatti, le chitarre distorte di “al-Ghazali”, ininterrotto rock duro messo in apertura, le chitarre taglienti/ronzanti e le grida disperate di “Manjala”, il labirintico indie-rock dal ritmo spezzato di “Cronotopica”.

Gli altri nove pezzi non sono da meno, con titoli che sono tutto un programma: “Zags in Bb”, “Alchimia del fato”, “Coagula”, “Jimi” … A valorizzare il tutto, il luogo dove è stato pensato l’album, cioè l’Aula XV Autogestita di Filosofia alla Sapienza. Sembra un modo originale di ricordare i 50 anni del Sessantotto.