Dischi per aspettare l’inverno: Onceweresixty, The Hornets, D’amico Da Ros, Roberto Zanetti

di L'Alligatore

Recensioni

D’amico Da Ros duo – Di crepe, di sogni, di futili desideri

Proprio in questo periodo, che mi sento molto anticonformista, molto fuori dai… ho incontrato, quasi per caso, questo duo, il D’Amico Da Ros duo, e questo loro secondo album (il primo cantato in italiano) Di Crepe, di Sogni, di Futili Desideri. Ecco, anche loro, mi sono sembrati fuori dai… con canzoni dai testi mai banali, e molto anticonformisti. Così mi sono innamorato del loro jazz contaminato/contaminante, con un buon uso dell’elettronica, la voce molto potente, a tratti esplodente, di Gabriella D’Amico, il contrabbasso classico ma originale di Cristiano Da Ros. Otto tracce, per quasi trenta minuti e passa di musica, che fanno sperare ci sia un mondo diverso al di fuori dei divieti e delle limitazioni dei nostri giorni. Il titolo del disco poi, è tutto un programma…

The Hornets – Heavier than a stone

È solo rock’n’roll ma ci piace, questo viene in mente ascoltando Heavier Than A Stone, esordio al fulmicotone dei The Hornets, band di Carpi che sembra conoscere bene i classici del rock dai Rolling Stones in giù. Nove pezzi per questo vinile targato Go Down Records, che si può avere in nero o in arancione, nove tiratissimi pezzi con le chitarre gran protagoniste e un ritmo inarrestabile che fa venire voglia di torcersi e urlare dall’inizio alla fine. Semplice e diretto, come le storie che racconta dalle paranoie sentimentali ai problemi sul lavoro, le passioni e le delusioni che il ritmo e le cavalcate chitarristiche possono alleviare. Nove potenziali singoli, cinque sul lato A e quattro sul lato B, come ai vecchi tempi vinilici. È solo rock’n’roll ma ci piace…

Roberto Zanetti – Mother Afrika

Gran bella scoperta di un jazzista che abita non lontano da me, Roberto Zanetti, che con il suo Roberto Zanetti Quartet ha fatto un disco meraviglioso: Mother Afrika. In copertina il continente africano in tre colori a partire dal rosso che rappresenta il sangue versato da questo popolo (ma anche la rivoluzione), il nero come colore della pelle, e il verde la ricca flora che ancora lo rende unico. Dentro tanta, ma tanta buona musica, a partire dall’omaggio a quattro donne afro-americane importanti e conosciute nel Novecento: da Rosa Parks (chi non ricorda la sua storia, quando negli Usa razzisti si rifiutò di cedere il suo posto sul bus?) per un pezzo pieno di vibra, psichedelico e liberatorio, a Nina Simone (“Great Nina”), classico e gioioso allo stesso tempo, da Wilma Rudolph, olimpionica anni Sessanta, con un brano dal gran ritmo, alla matematica Katherine Johnson (vi ricordate il film “Il diritto di contare”?) brioso, con un fitto dialogare di tutta la banda. Ma direi che è una costante di questo disco, il dialogo tra piano, sax, contrabbasso e batteria, più la voce recitante di Nicolò Sardo nell’intro e nell’outro con “Mother Afrika”, versi del poeta rivoluzionario camerun-senegalese David Mondessi Diop. Gran disco.

Onceweresixty – The Flood

The Flood è l’esordio dei vicentini Onceweresixty, un esordio maturo (in altre formazioni sono attivi dai primi anni del secolo), un esordio che profuma di ritorno al futuro. Mi riferisco agli anni Sessanta, evocati fin dal nome della band, quelli più acidi e sghembi, con chitarre molto presenti, un uso ben calibrato dell’elettronica, tastierine e la voglia di osare. Del resto, guardate la copertina con il mitico pulmino della Volkswagen, simbolo di un’epoca, che si addentra con i suoi fari in una nebbia multicolore. Direi che più perfetta immagine per questo album uscito con Beautiful Losers e Uglydog Records, non potevano trovare. In manco trenta minuti di musica, dilatati/dilatanti, The Flood ci fa riascoltare i sogni (ma anche gli incubi) di un’epoca acida tanto amata da chi ama il rock come dio comanda…