Domani sarà migliore

di Viviana Correddu

Storie di Smemo
Domani sarà migliore

Viviana CorredduInforco le cuffie sul cappello di lana ed esco di casa. Un’ora per andare a lavoro, il mio momento di estraniazione dal mondo; lo osservo senza farne parte, con Vasco nelle orecchie e la voglia di ballare sotto ai piedi. Non posso cantare a squarciagola come vorrei, così lo faccio dentro, mentre il rock pulsa irrefrenabile, incontenibile nelle vene. 

Quella voce ormai così familiare è la colonna sonora della mia vita. Mi ha fatto compagnia quando giocavo da sola, quando mi ribellavo al mondo, quando tutti mi consideravano quella «strana», ma strana rispetto a cosa? Mi accompagna anche adesso, ogni mattina, per un’ora. Ascolto, chiudo gli occhi e ricordo. 

Così, dai miei trentacinque anni di oggi, mi ritrovo ad averne dieci. È il 1990, Fronte del palco è appena uscito e conosco già a memoria i giri di batteria. Sono sull’altalena, in montagna con la scuola, il mio primo walkman fra le mani. Il panorama è pazzesco, il vento fresco mi tocca leggero e io lo attraverso tagliandolo in due: E ogni volta che non c’entro! Ogni volta che non sono stato! Ogni volta, che non guardo in faccia niente, e ogni volta che dopo piango… ogni volta che rimango, con la testa fra le mani, e rimando… tutto a domani! I brividi mi corrono lungo la schiena, oggi come allora. 

Mi ritrovo tredicenne con una spazzola in mano al posto del microfono, a cantare come una pazza Fegato, fegato spappolato, Sono ancora in coma, Sensazioni sensazioni, vogliono tutti provare! Non ci bastano le solite emozioni, vogliamo bruciare! Mia madre irrompe nella stanza, urlandomi di abbassare. «Sei matta?!?» grida. Forse un po’ lo ero, ma avevo anche qualcosa dentro che in qualche modo dovevo far uscire. 

In fondo ero una ragazzina come tante e sognare era il mio passatempo preferito. Scrivevo tanto, e mentre scrivevo a volte piangevo, ma i motivi se si pronunciano perdono il loro senso profondo. Del resto, quando a volte ho provato a raccontarli, si sono volatilizzati nell’aria, persi nei silenzi di chi ha cercato di capirmi senza mai riuscirci. Forse ero io troppo «complicata», negli anni me l’hanno ripetuto in tanti e oggi sono pronta a lasciare un margine al dubbio, sospendendo il giudizio. 

Credi che sia facile, credi che sia semplice, vai a farti fottere! Credi che sia! Una storia semplice, cielo senza nuvole… Ho diciannove anni e sono in vacanza in Abruzzo dai miei zii. Una mattina, sulle note di Stupido hotel decido di prendere un treno, farmi sei ore di viaggio senza pensarci un attimo, lasciando increduli tutti i miei amici. Voglio tornare a Genova da un giovane fonico scapestrato che mi piace, ma che continuo ad allontanare. È un tira e molla il nostro: c’è qualcosa in lui che mi fa paura e non mi convince, ma parto. Quella era l’età degli sbalzi d’umore ingestibili, degli improvvisi cambi di programma, degli slanci e delle cadute in picchiata, di desideri confusi. Un groviglio inestricabile di turbamenti esistenziali chiamati adolescenza, un pacco bomba che ti ritrovi fra le mani pronto a esplodere. 

Eccomi, qualche mese dopo, sul materasso della mia stanza in affitto, fatiscente e fredda. Vivere, anche se sei morto dentro. Vivere, e devi essere sempre contento. Vivere, è come un comandamento. Vivere, o sopravvivere… Una macchina da cucire sulla scrivania sommersa dalle stoffe e la moquette blu ormai quasi invisibile per il disordine. 

Sono seduta immobile sul materasso, incapace di capire dove voglio andare. Congelata in uno stato di insoddisfazione che non mi fa decidere né scegliere, frastornata da un’accozzaglia di emozioni che mi hanno spinta lontana da casa, via da quella famiglia che so che mi ama, ma che in quel momento sento lontanissima. 

Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa. Chissà cos’è… 

Ho vent’anni, studio Filosofia all’università e lavoro il fine settimana come commessa. La radio e il materasso sono ancora per terra, i vestiti negli scatoloni, il mio cucciolo di cane da portare in giro di giorno e abbracciare la sera. Credevo fosse quella la libertà, ma dovevo ancora capire che, per essere libera, avrei dovuto prima imparare cosa fosse davvero quella libertà di cui tanto mi riempivo la bocca. Ma io non conoscevo neppure lontanamente il significato profondo di quella parola. A quei tempi per me voleva dire mangiare con i piedi sul tavolo quando avevo fame, e non all’ora stabilita, chiacchierare con le amiche sul letto fino all’alba, uscire quando volevo, tornare a casa sempre più tardi. Cene in compagnia, aperitivi, la mia camera un bazar, i muri scritti e dipinti, il posacenere stracolmo sul comodino. E nessuno a giudicarmi con lo sguardo. 

Ingenua e persa in una realtà che mi apparteneva così poco, ma che avevo scelto per scoprire chi fossi. Confusa tra affetti e rancori, alla ricerca compulsiva del mio posto nel mondo, e con la sensazione fortissima che questo mondo non mi appartenesse. Ero una sognatrice senza gambe per camminare, un’anima incompleta ma limpida. 

E adesso che sono arrivato fin qui grazie ai miei sogni, che cosa me ne faccio della realtà. Adesso che non ho più le mie illusioni, che cosa me ne frega della verità. Adesso che ho capito come va il mondo, che cosa me ne faccio della sincerità! Oggi il mio nichilismo di allora mi arriva in cuffia prepotente e, nonostante sia passato tanto tempo, nonostante io sia cambiata, lo riconosco. Pulsa sotto pelle come volesse ribellarsi al fatto di essere stato segregato in fondo al cuore, nascosto per essere difeso dagli altri e da se stesso, messo a tacere, ma mai dimenticato. 

In quegli anni, la sera metto i dischi nei locali. Non sono una vera deejay, non distinguo un cavo da un altro ma ho orecchio, la gente balla e si diverte. Faccio i venerdì sera pagata cento euro; incredibile, faccio una cosa che mi piace e loro mi pagano pure. A fine serata, dopo musica di ogni tipo, Siamo solo noi, che andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa ci sta sempre, e la cantano anche quelli che fanno i fighi con l’elettronica e la techno. 

Mi sono anche divertita, si può dire? È la verità. Io le ho pagate tutte le mie incoscienze di quegli anni, quindi adesso lo posso dire: mi sono anche divertita. 

Ed è in quel periodo che incontro lui, il ragazzo da conquistare, quello per cui sei disposta a rinunciare a tutto, per cui sei pronta ad andare davvero controcorrente. Lui, l’uomo di cui pensi di essere innamorata. E poi scopri che eri solo innamorata dell’idea dell’amore e allora non ti resta niente: né un bel ricordo, né un momento felice. Niente. 

Sei anni della mia vita a elemosinare un po’ d’amore; sei anni buttati nel cesso. Eppure, una canzone di Vasco che mio malgrado me lo fa balzare in testa, ce l’ho anche per lui. E… Vuoi da bere? Vieni qui, tu per me, te lo dico sottovoce, amo te… Quel momento lo ricordo, nonostante io abbia voluto rimuovere tutto. È l’inizio della fine. La biglia, inesorabilmente, rotola giù senza attrito. Solo con il tempo ho capito che quella è stata la scelta peggiore della mia vita, quella con più ripercussioni, strascichi, ferite, incubi. Peggio dell’eroina, dell’ago nelle vene, dei morsi della fame, delle piaghe ai piedi per le camminate frenetiche in giro per la città. Peggio del sentirsi soli. Perché era meglio stare sola: io, sola con la roba. Finalmente sole. 

Lasciarlo è stato liberatorio, la prima zavorra da eliminare. Se l’eroina è stata per anni l’ingrediente principale che incideva sulla mia capacità di dire basta, tenendomi intrappolata in una doppia dipendenza senza la quale sen- tivo mancarmi l’aria, è stata l’eroina stessa a decidere che non c’era più posto per lui. Ormai non c’era più posto per niente e per nessuno, tutto ciò che poteva essere di intralcio, o togliermi tempo «prezioso» per farmi, andava eliminato… Eliminare lui è stato un passo avanti, anche se ancora non potevo rendermene conto. 

Adesso siamo io e lei. Sole. La mia giornata era dedita a lei, ogni azione a lei finalizzata, in un loop costante con velocissimi picchi di frenesia incontenibile, in grado di spazzare via qualunque ostacolo, persone o cose non importava. Io e lei, nessun altro. Non ho più scuse, cause esterne; non ci sono più torti subiti, tradimenti, bugie e violenze. Non c’è più niente in grado di fermarmi. È il mio anno sabbatico, lo voglio chiamare così… Sorrido mentre lo scrivo e può sembrare assurdo e incomprensibile, ma quello è stato. E so che il mio sorriso di oggi è quasi una bestemmia per chi in quel periodo ha sofferto, nel vedermi morire un po’ ogni giorno, senza poter fare niente. Chiedo scusa, ma io so che quell’anno è stato fondamentale. L’ho voluto fortemente e l’ho vissuto fino in fondo. 

Finalmente potevo farmi e basta. Prendere tutto quello che c’era da prendere di quel mondo. Tutto. Ero libera nella mia dipendenza. Volevo distruggermi e l’ho fatto senza ascoltare gli altri, né la paura o il senso di colpa. Ho mollato i freni e la mia volontà autodistruttiva è esplosa fino a raggiungere il valore massimo di potenza. Ho toccato il fondo prima della salita. È stato necessario. Di quell’anno non ho canzoni di Vasco, non ho ricordi; restano solo immagini che non sbiadiscono con il tempo, che di notte, a volte, mi tengono sveglia. 

Sudo freddo. Poi mi impongo uno sfondo nero per tentare il riposo. Capita ancora oggi e so che mi capiterà sempre. Ma poi ho camminato tanto e fuori, e c’era un grande sole… Ed è successo quello che ora voglio raccontarvi. 

(Tratto dal libro “Il Gallo Siamo Noi” di Viviana Correddu con la Comunità San Benedetto al Porto, Ed. Chiarelettere.)