Storie di Smemo
Donatella

Ho accettato perché ascoltando la canzone, non vedevo l’ora che arrivasse il momento in cui Lady Gaga urlasse Do-na-tel-la. Lì, in quel maremoto di scombussolamenti, i miei organi dondolavano nel parco giochi delle altalene, stavo benone.

A mio avviso, in quel Do-na-tel-la, pronunciato come se fosse l’ultima cosa da fare prima di lasciare l’effimero mondo dei vivi, vi è una esplosione di sensata sicurezza, di libertà, di… “commise l’errore di mettersi il rossetto per andare al ballo”. In quel Do-na-tel-la tutte le più brutte della scuola vengono riscattate per sempre; poiché tutti sanno che Lady Gaga, a differenza di Laura Palmer, era la più brutta della scuola, quella senza arte né parte, quella discriminata e segregata all’ultimo banco.

In quel Do-na-tel-la il carnevale riacquista tutto il suo senso, cioè quello di urlare al mondo, dietro una maschera, la propria versione inusitata ad libitum, la propria contrarietà alla legge, la propria irrequieta autarchia, la propria decente primordialità, alla facciazza dei potenti e dei loro caporioni e baciapile. Il carnevale con Lady Gaga ritorna a rivendicare non solo la libertà di scucire i discorsi, ma anche la libertà di stare al mondo senza seguire i canoni, senza patemi di appartenenza, senza l’assillo di comunicarsi. In questa società alternativa creata ad hoc, ci è il diritto di essere brutta come il peccato senza che nessuno per questo vada in collera o, ancor peggio, si offenda.

Con questa canzone Lady Gaga, supplica al mondo intero il permesso per lei e Donatella Versacci di togliersi la maschera e poi rimettersela, di essere brutte e di essere altre. Perdio, di essere brutte e di essere altre!

Lady Gaga è l’archetipo dei manichini e delle maschere; è il paradigma della pantomima, del trucco in eccesso, del tacco 12, della blusa leopardata e del belpaese; La signorina Germanotta è un portento e l’unico carnevale possibile.

“Versace promises I will Dolce Vita”