Du’ chiacchiere co’ ZEROCALCARE

di Laura Giuntoli

Recensioni

Zerocalcare noi lo conosciamo bene, primo perché ci piace, secondo perché disegna sulla Smemo da un paio di edizioni, giusto un attimo prima di fare il botto e vendere decine di migliaia di copie con La profezia dell’armadillo (riedizione a colori di un fumetto in bianco e nero autoprodotto da Zerocalcare e Makkox nel 2011) e Un polpo alla gola, tutti e due editi da Bao Publishing. Che vanno assolutamente letti perché riescono a darti emozioni diverse nello stesso momento: tipo ridere di gusto mentre rifletti su cose che un po’ ti commuovono, ecco. Infatti da settimane sono in cima alla classifica dei bestseller di Amazon. Oh, la classifica generale, mica quella dei fumetti! Siamo riusciti a strapparlo alla folla dei suoi fan che reclamavano copie autografate, gli abbiamo fatto qualche domanda e lui ci ha disegnato l’armadillo (che è il suo alter ego) incazzato per i tagli alla scuola pubblica, tadaaaa:

 

Su Wikipedia dicono di te:

Michele Rech inizia la sua attività di fumettista alla fine delle scuole superiori, realizzando un racconto a fumetti delle giornate del G8 di Genova del luglio 2001. Partecipa alle edizioni di “Crack Fumetti Dirompenti” al Forte Prenestino e numerose manifestazioni organizzate in centri sociali italiani, per i quali ha illustrato innumerevoli locandine per concerti e manifestazioni, oltre che copertine di dischi e di fanzine di artisti di genere punk e hardcore.

Insomma, si sa: da sempre sei uno “impegnato”, infatti hai anche aderito alla foto-petizione VENDESI SCUOLA PUBBLICA del sindacato studentesco. Come sei riuscito a far sposare così bene cartoni animati, fumetti e merendine con l’impegno politico?

ZEROCALCARE: Per un sacco di tempo questi due aspetti di me hanno viaggiato parallelli senza mai incontrarsi. La verità è che sono cresciuto guardando cartoni e leggendo fumetti, succhiando un sacco di immaginario pop. Da piccolo ricopiavo tutto quello che mi capitava a tiro: Topolino, l’Uomo Ragno, Sturmtruppen, i manga, Lupo Alberto… e i disegni li tenevo nel cassetto della mia scrivania, mica pensavo che poi da lì sarebbero usciti facendo tutto sto casino. Intorno ai 14 anni mi sono avvicinato ai centri sociali, che sono diventati la mia tribù, e quando poco dopo ho iniziato a disegnare fumetti per davvero, le mie letture e i miei cartoni li tenevo sempre lì, chiusi nel cassetto, che dovevo parlà de cose serie. Come il fumetto nato dalla mia esperienza al G8 di Genova.

E quand’è che sono venuti fuori Topolino&co?

ZC: Quando ho iniziato a raccontare storie più intime, con dentro anche le emozioni e i ricordi personali. Tutta sta roba che mi sono guardato e letto nel corso della vita è uscita di botto e ha preso possesso dei miei disegni. E meno male: ho fatto la pace con le mie passioni, non ero più schizofrenico. Non aveva senso che questi due mondi non si parlassero: quando uno fa politica e cresce nei centri sociali mica è un eremita e legge solo il Capitale di Marx. Così ho iniziato a fare degli esperimenti, tipo quest’estate c’era la sentenza di Cassazione a 10 anni dal G8 per quei manifestanti condannati per devastazione e saccheggio. Ho provato raccontare la loro storia, che è specificamente politica e non personale – se non per l’affetto che mi lega a quelle persone – e l’ho fatto attingendo anche all’immaginario pop dei cartoni. Devo ammettere che è più riuscita di altre mie cose, magari più ideologiche, ma meno buffe e ironiche.

 

Questa scelta del blog si usa molto in Francia, dove i fumetti vanno forte, come ti stai trovando ad avere un riscontro continuo con gli utenti ora che sei una web star?

ZC: È quello che mi fa andare avanti col blog perché non c’è niente di più triste e frustrante di quando metti i tuoi lavori su internet e non ti si fila nessuno. D’altra parte sta cosa genera una serie infinita di mail e diventa un problema gestirla perché se dovessi rispondere a tutti non potrei disegnà. È un lavoro a tempo pieno. Sto ancora cercando di capire come renderlo compatibile con tutto il resto. 

Nel tuo blog c’è una striscia che si intitola “iggiovanidoggi” in cui mentre fai ripetizioni private a un tredicenne emo, c’è un interessante confronto tra la Weltanschauung dei cartoni di oggi e quella dei cartoni anni ’90. Una sorta di scontro generazionale. Approfondiamo…

ZC: Sono stato assolutamente pressapochista: conosco pochissimo i cartoni di oggi, se non per quello che lui, il ragazzino delle ripetizioni, mi fa vedere. Le mie considerazioni sono un po’ tagliate con l’accetta, però c’è un fondo di verità. Ken il guerriero, L’uomo tigre, I cavalieri dello zodiaco erano di una violenza incredibile. Invece nei cartoni di oggi si gioca a palline, a carte o con le trottole. Niente in confronto alla roba nostra, con gente che si menava, che continuava a lottare nonostante le mutilazioni e un lago di sangue che nessun uomo avrebbe mai potuto versare. Insomma, ho la percezione che i nostri cartoni ci insegnassero un’etica del sacrificio estremo, che oggi co’ questi che giocano a carte non capisco come si possa tradurre. Poi me li devo studià per bene, è capace che i giapponesi riescano a trovare pure nelle trottole uno spirito di sacrificio incredibile.

E poi c’è lui, Dawson di Dawson Creek. Le serie tv sono un altro bacino a cui attingi per creare i tuoi fumetti…
ZC: In realtà di personaggi delle serie tv ne uso pochi ma solo perché a disegnà le cose realistiche so’ na pippa. Dawson infatti non gli somiglia per niente e ho dovuto scrivere che era lui. E poi perché ormai è un personaggio mitologico che può assumere più sembianze, mica una persona vera.

Cosa ti porti dietro dagli anni ’90 nei tuoi fumetti, oltre ai cartoni?
ZC: Eh, fammici pensare… un sacco di roba. Noi nati negli anni ’80 siamo cresciuti in un mondo di sicurezze che poi si sono sgretolate miseramente. Per questo in tutti i miei fumetti c’è una vena nostalgica: da ragazzino mi immaginavo di diventare come mio cugino più grande o come i trentenni di allora. E invece sticazzi. Siamo la prima generazione che si è affacciata nel mondo del lavoro nel nuovo millennio e che si è trovata a dover pagare sulla sua pelle tutte le… ehm… “riforme” che sono state fatte negli anni precedenti. Siamo usciti dalle superiori o dall’università pensando: mò fateci largo che passamo noi. E invece dopo 10 anni molti trentenni cercano ancora lavoro, fanno stage e arrancano per pagare l’affitto. Noi siamo i pionieri, ma gli adolescenti di oggi sono messi anche peggio.

Insomma, trottole a parte, di questi gggiovanidoggi che ne pensi?
ZC: Nonostante i cartoni orribili che guardano io c’ho un sacco di fiducia nelle nuove generazioni. Quando do le ripetizioni, come ogni insegnante che si rispetti, cerco sempre di plasmare i pupilli a mia immagine e somiglianza, e sono felice di come reagiscono. Ad esempio ce n’è uno che ha appena finito la terza media e m’ha detto che non si iscrive al liceo vicino a casa sua “perché è una scuola di fascisti”. Che soddisfazione. E poi il movimento studentesco è una delle poche cose che si muove in Italia in questa stagione fiacca. L’Onda ha fatto una roba enorme: ha avviato nei giovani la presa di coscienza di quanto sia importante partecipare alla vita politica. Meno male che ci sono loro, una delle speranze di questo paese.