Easy Funk: una canzone per il clima

di Laura Giuntoli

Le Smemo Interviste - Senza categoria

Il messaggio di Greta è arrivato fino a Mola di Bari, dove un collettivo di artisti pugliesi in collaborazione con Savina Vitobello in arte Sabreetha, ha firmato un pezzo dal sound elettro funk sui cambiamenti climatici. Loro sono Zekka, Meta, Gia Young, Leontino Gobest, cinque solisti che nel 2015 hanno deciso di fondersi in un unico progetto che unisse rap, reggae, funk e elettronica. Il loro ultimo singolo, si intitola Quello che vorrei ed è un brano di denuncia che parte dal surriscaldamento globale e dall’inquinamento per arrivare all’inciviltà e all’oppressione dei popoli da parte delle superpotenze mondiali, dei fondamentalismi religiosi della corsa all’oro nero. Insomma, tutto ciò che del mondo di adesso non ci piace e che vorremmo cambiare. Ecco l’intervista a Gia Young, uno dei membri della band.

Siete tra gli artisti che in questo momento scelgono di cantare il tema più sentito dai ragazzi: quello dei cambiamenti climatici. Come nasce questa canzone?

Nasce dall’esigenza di affrontare molte delle tematiche che oggi sono al centro dell’attenzione e affliggono la nostra società. La noncuranza generale, l’invidia e l’odio sociale che si riversano su vari fronti, il sopravvento dei poteri forti. Quello che raccontiamo è un macro argomento che tocca in maniera pungente la tematica dei cambiamenti climatici, ma non solo.

Cosa ne pensate del movimento di Friday for future dell’attivista svedese Greta Thunberg?

Ogni sciopero e ogni manifestazione pubblica che riescano ad attirare l’attenzione su temi così importanti sono sempre positivi. L’unico dubbio è che si riesca davvero a far comprendere a chi sta ai vertici la necessità di cambiare realmente le cose. Nel momento in cui si abbraccia questo tipo di causa bisogna sposarne pienamente lo spirito. Per questo spero che chiunque voglia esprimere il proprio dissenso lo faccia realmente, tenendo conto del messaggio che Greta vuole dare: la necessità di una presa di posizione prima di tutto individuale, che solo poi si sposa con una causa comune. Questi scioperi possono contribuire alla presa di coscienza delle proprie responsabilità per migliorare in pianeta, sono eventi che possono davvero avere  un grosso impatto sull’educazione delle persone.

Cosa ne pensano gli Easy Funk della questione climatica? Quello che vorrei ci lascia un messaggio di speranza?

A volte gli esseri umani per prendere dei provvedimenti devono fronteggiare la realtà in maniera radicale. Siamo a un punto di non ritorno, si decidono le sorti del futuro. La speranza c’è, perché c’è la netta probabilità che tutti quanti prendano i dovuti provvedimenti per cambiare finalmente le cose. Qualcosa si sta muovendo, anche a livello istituzionale.

Nel brano l’ingiustizia sociale è collegata ai cambiamenti climatici. Se non riduciamo le emissioni a farne le spese saremo tutti, ma la catastrofe ambientale in corso è anche fortemente collegata ai fenomeni migratori, e sarà sempre peggio. Lo ha affermato recentemente la ex Capitana Carola Rackete, convinta ecologista. Voi che ne pensate?

Ormai è chiaro che le ingiustizie sociali sono collegate al riscaldamento globale e alle emissioni dei carburanti. In più molte guerre sono causate dal monopolio sul business del carbon fossile e ci vanno di mezzo sempre i più poveri, popolazioni intere che devono sottostare al regime delle grandi nazioni che lucrano sui loro territori.

Vi definite un collettivo, che differenza c’è con una band?

Ci conosciamo da tantissimi anni e veniamo tutti da Mola di Bari. Quando nel 2015 abbiamo deciso di mettere insieme le nostre forze lo abbiamo fatto per dare alle nostre individualità un progetto più ampio. Siamo collaborativi, siamo prima di tutto amici, un presupposto che prescinde dal dire che siamo una band.

Quali sono i vostri “mai senza”, ciò di cui proprio non potete fare a meno?

Mai senza la musica, mai senza un blocchetto per scrivere, e soprattutto mai senza sogni.