Eppure sono vivo

di Alberto Forni

Recensioni
Eppure sono vivo

 

Ebbene sì, sono sopravvissuto alla prima giornata del Salone. Lo stesso non si può dire dei miei piedi. E se c’è una cosa che ho imparato dalla vita è che

Come tutti gli anni, sono rimasto colpito dalla quantità industriale di cartelli e cartellini scritti a mano. Voglio dire. È il Salone. Si fanno gli sconti. Non è esattamente una cosa di cui vieni a sapere cinque minuti prima di entrare al Lingotto. Ce l’avrai un amico con un Pentium 2 e una stampante ad aghi.

E invece niente. Ci dev’essere qualcosa che mi sfugge. Forse è una presa di posizione, una forma di calore umano offerta ai visitatori, un grido d’allarme lanciato contro la meccanica società degli elaboratori. Dev’essere così, altrimenti non me lo spiego.

 

In effetti gli editori cercano in tutti i modi di avvicinarsi ai lettori. C’è chi lo fa con un cestino di irresistibili caramelle carruba (che stranamente sembravano non riscuotere il successo sperato)

 

e chi con aggressive tattiche di marketing.

 

E per dare via i loro libri sono disposti a tutto

 

anche se non è comunque detto che questa strategia funzioni (infatti, alla fine, il libro non se lo accattava nessuno – a questo potrebbe forse contribuire il fatto che l’argomento, i G.A.S, Gruppi di Acquisto Solidale, è stato moltissimo interessante per cinque minuti parecchi anni fa e adesso è ormai superato di slancio praticamente da qualsiasi altra tematica compresa questa).

 

Il Salone, si sa, è il paradiso degli sconti.

 

Anche se in fondo tutto è relativo.

(No, non ho avuto il coraggio di chiedere quanto costava di solito, immagino 237 euro e 50.)

 

In ogni caso, uno dei motivi per cui ero venuto a Torino era avere una risposta alla domanda che mi ha tenuto col fiato sospeso per mesi: quando esce il nuovo album di Daniele Babbini?

Fra le cose bellissime che ci sono tutti gli anni al Salone, c’è questa cosa bellissima++ del mega stand della Massoneria con le sedie trasparenti diddesain e i simboli esoterici dorati egiziani mattissimi con le scritte in latino.

Si tratta, io credo, di un’operazione trasparenza attraverso la quale i nostri amici massoni vogliono aprirsi alla società per dimostrare che tutta la segretezza (e a essere sinceri anche qualche piccolo pettegolezzo) che sembra sempre circondarli è ormai parte del passato.

Per come la vedo io, è un po’ come se dicessero “Va bene, dai, adesso venite che vi spieghiamo tutto”. Il fatto è che non gliene frega niente a nessuno. Almeno non al Salone del Libro, dove a finire lì dentro possono essere al massimo tre adolescenti appassionati di fantasy che li scambiano per una nuova casa editrice un tantino bizzarra.

 

Fra le tante, belle, iniziative del Salone, non possiamo non segnalare l’Incubatore (no, non vi vendo una consonante), dedicato alle case editrici con meno di due anni di vita.

 

Nell’Incubatore, i pulcini dell’editoria vengono allevati al calduccio e possono così crescere e svilupparsi e mettersi in piedi fiduciosi sulle loro malferme gambette per iniziare a muovere i primi passi. Poi, dopo 24 mesi, ZAC!, gli si tira il collo. È terribile, ma è la vita. Anzi, peggio, è l’editoria.