Ernia è un uomo saggio

di Michele R. Serra

Le Smemo Interviste - News
Ernia è un uomo saggio

Oggi è uscito 68/Till the End, il nuovo disco di Ernia. Che non è tutto nuovo, perché per metà è il vecchio 68, che è uscito lo scorso settembre. Però non è neppure un semplice repack, perché nella confezione (ehm, qualcuno compra ancora i cd fisici?) c’è dentro un secondo disco intitolato Till the End, con sette pezzi nuovi di zecca e i featuring di Nitro, Lazza, Chadia Rodriguez. Non è un disco nuovo, non è un EP, non è un semplice repack. Lui lo racconta così:

“Questo disco è effettivamente un momento di passaggio, il disco nuovo che sto iniziando a scrivere in realtà mi sembra diverso sia da 68 che da questo Till the end. Quindi posso dire che Till the end sia proprio un’altra cosa. L’ho trattato un po’ come i mixtape, cioè con la mentalità del “io mi diverto a fare questa cosa qui”. Infatti di solito nei mixtape si usano basi di altri, si prende qualche super-hit e si scrive la propria versione di quel pezzo. Nel mio caso, ovviamente, le basi sono tutte originali, però l’ottica è la stessa… un’ottica super hip-hop, ecco.”

Ernia l’abbiamo incontrato ieri pomeriggio, e lui come sempre ha parlato a ruota libera, della sua musica e della sua carriera, ma anche della vita e dei tempi che viviamo. Ascoltandolo, è difficile non pensare che Ernia a 25 anni sia un uomo saggio.

Ma cominciamo con la musica.

“La prima collaborazione che salta subito all’occhio, anche perché è il singolo, è quella con Nitro. Nitro è un ragazzo della mia età, un professionista, ed è stato il primo della nostra generazione ad emergere, in qualche modo… lui si è fatto conoscere già nel 2012, 2013, mentre noi tutti, come blocco milanese, abbiamo iniziato a farci notare nel 2015, 2016. Io lui lo conosco già da prima, come tutti gli altri che ci sono nel progetto. Ho chiamato i miei amici, se volete… Poi in particolare, io Nitro l’avevo chiamato per fare una traccia molto picchiata, molto rap. Invece lui mi ha detto, proviamo a ragionare su qualcosa di più intimo, più profondo… più strappalacrime, se volete. Io avevo già una bozza di Certi Giorni, e francamente non pensavo a un featuring, pensavo che l’avrei chiusa io, invece poi gliel’ho mandata e ci siamo trovati subito d’accordo.”

“Per quanto riguarda Lazza… lo conosco da dieci anni, lui è del giro milanese, ma fa parte di un altro circuito all’interno di Milano, mentre io, Tedua, Rkomi, Sfera, Ghali, eravamo tutti un unico blocco. Non avevamo mai fatto un pezzo insieme, con Lazza… lui è sempre stato molto forte nelle punchline, nel freestyle, nella parte diciamo cabarettistica del rap, quella che consiste nel prendere in giro l’altro. Direi che la traccia che abbiamo messo insieme riflette perfettamente questo atteggiamento.”

“Anche Chadia la conosco da prima del rap, da un paio d’anni. L’ho chiamata perché volevo in qualche modo uscire dalla mia zona di comfort. Nel senso… 68, per quanto sia un disco sofferto, è nella mia zona di comfort, è un mio manifesto: io quella cosa lì penso di saperla ormai fare perfettamente. Però sapevo di dover uscire da quella zona, se volevo crescere. E allora ho pensato: chi nell’ambito del rap italiano è l’artista più lontano da me? Dico, per immagine, testi, musicalità. Ecco, lei credo sia il personaggio più differente da me… La cosa divertente è che un giorno ho scritto su Instagram: “Su Till the end ci sarà un featuring inimmaginabile”. E lì tutti mi hanno risposto: “Hai fatto un featuring con Sfera!” qualcuno anche con indignazione, l’ha scritto… però con Sfera non mi sarebbe sembrata una cosa inimmaginabile, sinceramente. Avevo bisogno di stare qualcosa di diverso, muovere le acque, fare un po’ di casino… poi magari la traccia non piace, e allora ciao belli. Però ci devi provare. Se rimani a cantare davanti allo specchio, e ti dici quanto sei bravo a fare quella cosa lì, non ti muovi.
In questo disco ho collaborato con i miei amici, ma in futuro spero di poter lavorare anche con i miei miti di quando ero piccolo. Per farla breve, la lista sarebbe questa: mi mancano Marra, Luché, Noyz e Jake la Furia, perché Guè l’ho già fatto. Me ne mancano quattro, ho fatto un quinto di quelli che volevo fare, per ora (ride)… adesso devo lavorare per gli altri quattro, e poi sarò a posto per sempre, come featuring in Italia.”

Ecco, poi arriva il momento di parlare di Un sasso nella scarpa, che è uno dei pezzi più riflessivi tra quelli dentro Till the End.

E qui Ernia diventa, appunto, saggio. Perché non si tratta più solo di musica.

Un sasso nella scarpa è un pezzo sui social. Il ritornello significa: “Ho qualcosa da dirti, se non te la dico me la tengo dentro e mi rode.”

La prima strofa parla di Twitter, la seconda di Instagram. Quindi nella prima strofa tutti dicono quello che pensano. A caso. Perché Twitter è comunicazione, Instagram è immagine. Su Twitter c’è di solito uno che guida la discussione, e poi il resto è il rumore sotto. Tutti dicono quello che vogliono, e se a uno fai notare che è sbagliato, quello ti dice: io ho diritto di dire quello che penso! Cioè in pratica, se vai allo zoo è la stessa cosa: anche la scimmia ha diritto a fare il suo verso.

Una volta si andava al bar, no? E lì c’erano gli amici, il barista, la gente del quartiere che ti spernacchiava, e allora tu capivi di aver detto una cazzata. Magari non la dicevi più, poi. Invece adesso tutti sono convinti di saperne di più, perché magari hanno letto un anno fa un articolo su una rivista di complottismo.

La seconda strofa parla invece di Instagram, che come social è più vicino alla mia generazione, e ancora di più a quella un pelo più giovane, agli adolescenti. A quelli della mia età i social sono esplosi in mano con Facebook, ma Facebook ancora prevede che tu debba scrivere qualcosa, no? E lì è iniziata la fuga dal cervello…

Instagram invece è immagine. Non è importante se hai un contenuto, qualcosa da dire o da dare al mondo. Non è importante la musica. È importante come sei vestito, se c’hai una faccia simpatica… poi ovviamente sotto ci aggiungi un messaggio tipo “vi amo tutti”, il ragazzo medio recepisce “Wow, ci ama! Siamo partecipi di qualcosa!”. Marracash dice: “Gli italiani amano che l’importante sia partecipare, e ora sono tutti sotto coi commenti”. L’importante è essere in mezzo, non riconoscere qualcosa che è bello. Bisogna partecipare. L’artista capisce questa cosa, e in ogni città dice “Vi amo tutti”. È un metodo anche quello… Poi io vedo un sacco di ragazzi, di rapper più giovani di me, che sono più piccoli di me – dal punto di vista dei numeri, dei concerti, eccetera, che però hanno più follower e più like di me. Ti chiedi come mai, e poi capisci che non sono rapper, sono fashion blogger… Amico, a te non frega niente della musica, sei un egoinomane, un morto di fama.”

“Nel panorama rap, 68 si è distinto per originalità, credo… almeno per quel che riguarda i dischi usciti su major. Poi poteva andare meglio, certo, col senno di poi uno si dice sempre, potevo aggiustare questo, potevo migliorare quest’altro… Ma rimane qualcosa di cui vado fiero. Se mi guardo allo specchio, dico… bello (ride). Credo di essermi ritagliato la mia fetta. Io non ho seguito nessuna tendenza, potevo mettermi una collana grossa così, begli occhiali e dei bellissimi vestiti, un bell’orologio – che non ho – però non era il mio… a me sembra che molti stiano recitando una parte. Anche perché alcuni li conosco da quando son piccoli, e li guardo, e penso: guarda che quando affonda la barca, tu affondi con lei. Io mi sono ritagliato il mio, se affondo è colpa mia e se spacco è merito mio, spero non sia solo moda.”

Se non pensi ancora che Ernia sia saggio, forse comprare 68/Till the End ti farà cambiare idea…