Être à l’aise, ovvero andare di corpo

di Luca Maria Palladino

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Être à l’aise, ovvero andare di corpo

Dopo aver scritto questa frase mi sento più à l’aise di prima, cioè di quando ancora non l’avevo scritta.

Il fatto è che mi sento libero dal preconcetto come Ivan Cattaneo mentre è intento a pankizzare gli anni sessanta: bang bang (al cuore bang bang). Adesso vorrei truccarmi come lui, tuttavia non riesco a distogliere il mio sguardo da quella tizia con la pelliccia sintetica seduta al bancone del bar che parla con quel tizio brutto in viso. I loro corpi non sembrano fatti l’uno per l’altra, no! Eppure hanno dei diritti.

In che cosa posso favorirvi, signore?

Mentre concepisco queste parole unite civilmente non sono seduto al bancone di un bar come qualcuno lì fuori potrebbe pensare, io sono seduto sulla tazza del cesso e penso che sono à l’aise.

Quindi essere a proprio agio è un po’come andare di corpo?

Indubbiamente il benessere è in relazione con un certo stato del corpo e non con lo stato dell’animaccia tua; ha a che fare con il vecchio bistrattato corpo, frequenta la tangibilità, la corruttibilità, la visibilità e non i loro contrari. L’agio bazzica con il corpo e con chi lo ospita: degli occhi, un sorriso, l’odore portentoso della propria bella, cose così. E più di tutti, forse, ha a che fare con il gabinetto, poiché esso è senza dubbio l’osanna dell’agio.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a scegliere il tipo di cesso da intraprendere, fu lì, in quella scelta, che compresi l’importanza della scelta stessa.

Sono à l’aise in un gabinetto di rue Carducci, sono a mio agio mentre passeggio sulla Canebière sotto un cielo vespertino (ah, beata sera: eh, se Parigi avesse la Canebière!). Sono a mio agio nel Mediterraneo, in una manciata di secondi, in uno sguardo corrisposto. Sono a mio agio dentro quegli occhi neri neri che mi guardano e mi vedono e mi sorridono di un sorriso rassicurante carico di luminosità, dolcezza, alacrità.

Un sorriso che, ahimè, repentinamente mi agucchia al futuro, cosicché già ne sento la mancanza, come del mio corpo che anche oggi morirà: bang bang!