Per i Fast Animals and Slow Kids È già domani

di Redazione Smemoranda

Le Smemo Interviste

Tutto comincia esattamente dieci anni fa con un cavallo.

Un cavallo disegnato male, in bianco e nero, da colorare, sulla copertina di un disco. Un disco punk.

Cavalli, il primo disco dei Fast Animals and Slow kids, è uscito dieci anni fa esatti. E per i loro dieci anni, i Fast Animals and Slow Kids di disco se ne sono regalati un altro, che si intitola È già domani. Adesso che il pubblico è diventato molto di più, che li conoscono molto oltre i confini della loro città, Perugia.

Dieci anni di carriera, tante cose sono cambiate. Però Fast Animals and Slow Kids sono sempre loro: Aimone Romizi, Alessandro Guercini, Jacopo Gigliotti, Alessio Mingoli. Si sono conosciuti che erano poco più che ragazzini, oggi sono trentenni con un posto importante nella scena del rock italiano contemporaneo. (Chiamatelo indie, se fa più figo.)

FASK: “Bello, che siamo rimasti sempre noi quattro. Non è scontato che una band mantenga gli stessi componenti per dieci anni. Soprattutto perché siamo in una band caratterizzata sempre dall’incertezza. In questi dieci anni non siamo diventati delle superstar mondiali, la nostra vita non è comodamente risolta, ma è sempre incerta. Però tutti quanti siamo rimasti ancorati all’idea di fare musica, e di farla insieme. Di questo possiamo andare fieri.”

Smemoranda: Però cavalli rimane il vostro disco con la copertina più bella. Il cavallo da colorare era un colpo di genio.

Avevamo chiesto anche una sponsorizzazione alla Carioca, l’azienda che fa pennarelli. Ma non ci hanno mai risposto. Chissà come mai.

Qual è stato l’incontro più importante, in questi dieci anni di musica?

Quello con gli Zen Circus. Appino è stato il primo a venire da noi e dirci: “Ehi, voi strani… mi piacete. Volete fare un disco?”. Per noi è stata una cosa sconvolgente vedere qualcuno che ci apprezzava sul palco. Eravamo alle finali nazionali di Italia Wave, poco più di dieci anni fa, eravamo arrivati con l’intento di godercela il più possibile e l’idea che non sarebbe mai più ricapitato, di suonare davanti a così tanta gente.
Ok, a essere precisi è andata così: alla fine dei venti minuti previsti ci hanno detto che dovevamo chiudere, ma noi non abbiamo smesso di suonare. Allora ci hanno spento l’impianto, ma noi abbiamo continuato a suonare lo stesso senza amplificazione, buttati per terra. Intanto gridavamo “No! Noooo!”. Appino ha visto questa scena degenere, e alla fine di quella ci ha detto che ci faceva il disco. Ecco, credo che questo faccia capire anche che tipo di persona è Appino.

Ce ne sono state poi tante altre: mi ricordo una volta bellissima… visto che ci avevano tagliato da un concerto, abbiamo chiesto l’energia elettrica al banchetto delle magliette del Teatro degli orrori, che suonavano anche loro quella sera, e ci siamo messi a suonare lì davanti. Qualità pessima, la voce non si sentiva, ci eravamo buttati per terra, ma per terra era pieno di sassi… quindi ci eravamo tutti graffiati, avevamo il sangue sulle braccia e suonavamo con degli amplificatori tremendi… Insomma Pierpaolo Capovilla del Teatro degli orrori ci vede in quelle condizioni, e ci fa: “Che figo. Vi porto in tour con noi.

Per gli ultimi due dischi – Animali notturni e questo È già domani – avete lavorato insieme a uno dei produttori fondamentali dell’indie italiano degli ultimi anni, Matteo Cantaluppi che ha forgiato Ex-Otago, Canova e TheGiornalisti.

Ci serve un produttore che abbia una conoscenza musicale molto vasta, più vasta della nostra. Ma che comprenda quello che piace a noi. Uno che ci permetta di arrivare al suono che vogliamo, pensando a soluzioni che a noi non vengono in mente. Con Cantaluppi abbiamo già lavorato insieme su Animali notturni, ed è stata una scelta tutt’altro che affrettata: i tre dischi prima li avevamo fatti da soli, chiudendoci in questa nostra famosa casa sul lago vicino a Montepulciano. Poi abbiamo deciso che volevamo fare un salto evolutivo, un salto di qualità, volevamo dei suoni che da soli non eravamo riusciti ad ottenere.

A proposito di suoni, È già domani è un disco pieno di suoni diversi, anche suoni nuovi. Pure batterie elettroniche…

Questo disco qui l’abbiamo scritto nel corso di due anni in cui principalmente abbiamo fatto solo una cosa: pensare alle canzoni. Questo di solito non succede mai. Quando sei nel tuo solito tran tran da musicista, hai sempre qualcosa da fare: concerti, interviste, appuntamenti… Il tempo che ci mettevamo a mettere insieme una canzone era completamente diverso, nel senso che era molto meno. Non è che facessimo le cose superficialmente, ma a un certo punto, bisognava chiudere. In questi due anni i tempi si sono dilatati a tremila: abbiamo aggiunto un sacco di cose, tanto che a un certo punto ci siamo resi conto che stavamo aggiungendo troppo! Ogni volta che ascoltavamo qualcosa che ci piaceva, provavamo a inserirlo. A un certo punto io e Orso siamo andati in fissa con certa musica ambient, tipo William Basinski, e credo che sotto sotto lo puoi sentire, in alcuni pezzi. Che poi sono influenze che magari sentiamo solo noi, e spero che invece chi ascolta queste canzoni possa dire semplicemente: “Questo è un pezzo dei Fask”.

E a proposito di testi, invece… Chi scrive quelli più belli, nell’ultimo decennio italiano?

Siamo dei grandissimi fan dei Tre allegri ragazzi morti. Quella è una poetica leggera, adolescenziale, che riesce però a mantenere dei sottotesti davvero profondi. I testi di Davide Toffolo ci sono sempre piaciuti molto.

Alessandro: A me piacciono molto i testi onirici di Lucio Corsi.

Il testo scritto da Lodo Guenzi per Come un Animale è pieno di ironia. E voi usate spesso un’ironia scura, sarcastica. Che forse ormai è l’unico modo di reagire al mondo che abbiamo intorno.

Aimone: È uno strumento complessissimo, l’ironia. Io non so ancora se sono capace di usarla come vorrei. Ad esempio nel nostro primo disco, Cavalli, l’ironia era la chiave fondamentale per capire quello che volevamo dire, ma ci siamo resi conto che quel disco è stato tante volte frainteso in modo estremo. Quindi siamo rimasti un po’ scottati, e adesso abbiamo capito che quello che è ironico per te può essere offensivo per qualcun altro, o semplicemente può essere interpretato in modo serio… ci sono tante difficoltà. Quindi, sappiamo che l’ironia è complessa, è un’arma da usare con parsimonia, ma è ancora una soluzione che ha una sua potenza. Noi siamo fan dell’ironia fatta bene, ma a un certo punto l’abbiamo resa meno centrale nei testi, perché non ci sembrava semplicemente di essere in grado di far passare il messaggio.
La problematica della comunicazione è al centro di tutto. Non solo per quel che riguarda i testi, ma anche per la musica. L’ambientazione che dai alle parole è importante, c’è un grande insieme di elementi variabili che cambiano il significato di quelli che comunichi. Per fortuna capita molto spesso anche che un “errore” in fase di produzione ti porti a migliorare il pezzo che stai facendo, a renderlo più efficace.

Dieci anni di FASK… e prima? Che tipi eravate, quando andavate a scuola?

Aimone: Beh, io sono stato anche rappresentante degli studenti!
Alessio: Tu eri mezzo popolare, ammettilo!
Aimone: Ma il fatto è che comunque i cantanti hanno sempre qualcosa di irrisolto, da ragazzi. Indipendentemente dalla posizione socialina che puoi occupare quando hai sedici anni, se decidi di esporti come artista qualche problema con te stesso ce l’hai. Magari è solo una questione di velleità, ma intendo in senso assolutamente positivo: io mi ricordo di quando siamo riusciti a fare i primi concerti, quando ho iniziato a vedere che la nostra musica girava… beh, lì mi sono sentito molto meglio di prima, con me stesso. Effettivamente fare musica mi aveva aiutato.
Alessandro: Il mio approcciarmi alla musica ha significato ascoltare musica completamente diversa da quella che ascoltavano i miei compagni. Ricordo di aver sempre avuto uno slancio particolare verso la musica, ed è stato con l’adolescenza che sono riuscito a entrare in quel mondo che sembrava così lontano, e invece era semore stato così vicino.
Jacopo: Non vorrei che suonasse un po’ triste, ma penso di essere sempre stato il classico ragazzo-tappezzeria, che se c’è o non c’è non ti cambia niente. La musica mi ha semplicemente aiutato a definirmi come essere umano… Sul diario di scuola, io lo tappezzavo di immagini delle mie band preferite. Sapevo che erano cantanti che i miei compagni non apprezzavano, ma mi piaceva che li vedessero.