Favij racconta The Cage

di Martina e Michele Mozzati e Serra

Le Smemo Interviste
Favij racconta The Cage

Quelli che una volta si chiamavano youtuber adesso qualcuno li chiama creator. Ma la sostanza non cambia granché: sono ragazze e ragazzi che fanno video. Di solito con mezzi abbastanza limitati, spesso inserendosi in filoni già esistenti: sketch comici, gameplay, cartoni demenziali, tante altre cose. Qualcuno poi diventa famoso. Tanto. Allora esce fuori dal tubo, finisce in tv, sui giornali, alla radio. E in libreria. Il libro si fa sempre, quando superi qualche centinaio di migliaio di follower. Praticamente è automatico.

Però c’è una regola non scritta: i libri degli youtuber non devono essere libri veri. Devono essere libretti autobiografici, che raccontano la vita quotidiana dei loro autori. Qualcuno convince la casa editrice a pubblicargli una raccolta di poesie. Qualcuno riesce a strappare un romanzo. Ma mi raccomando, sempre roba leggera, preferibilmente autobiografica, sempre in prima persona. Che l’importante è il nome, la fotografia.

Ecco, il più seguito youtuber italiano ha scritto un libro vero. Un thriller. E sulla copertina non c’è la sua faccia. Neanche il suo nome da youtuber. The Cage. Uno di noi mente l’ha scritto Lorenzo Ostuni con l’aiuto di Jacopo Olivieri. Quindi ne abbiamo parlato con Lorenzo Ostuni, non con Favij.

Lorenzo: No, non è vero, sono Favij. Ma non per quanto riguarda il mio ultimo libro, quello no.

 

Smemoranda: Perché non hai usato il tuo nome d’arte? E soprattutto: quanto è stato complicato convincere la Mondadori?

È stato molto complicato! (Ride) No, vabbè… io non ho usato il mio nome d’arte anche perchè… innanzitutto ho voluto un attimo sfatare questo mito secondo cui senza il nome d’arte il libro non vende. E invece è andato benissimo. In realtà il motivo principale è che non c’entra niente con Favij, proprio nulla per quanto riguarda il contenuto, la struttura… Favij si allontana completamente da quello che è The Cage, che è appunto il mio romanzo. Il romanzo è uno “sfogo” di Lorenzo e non di Favij. Il nome Favij in questo caso sarebbe stato utilizzato solo per vendere di più il libro ed era una cosa che non mi piaceva proprio a livello di struttura generale del progetto, allora ho detto: “Ragazzi se vogliamo fare un libro, lo dobbiamo fare come voglio io”. Ecco, mettiamola così. Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta.

 

Il mercato editoriale è un mercato in perdita. Le case editrici hanno bisogno di un grande bestseller per fare soldi, e pubblicare altri 50 libri che venderanno poco, o pochissimo. Quindi è probabile che il tuo romanzo, che è andato al primo posto nella classifica della narrativa italiana, possa servire a pubblicarne altri 50. Questo ti fa sentire responsabilizzato?

Ti dico la verità. Questo è un fattore al quale penso molto molto spesso. Uno dice, “uno youtuber non è uno scrittore, non nasce come tale”, ma non è detto che non debba esserlo: nel senso, se J.K.Rowling fosse stata una youtuber questo non le avrebbe impedito di scrivere Harry Potter, no? Non c’entra niente. In genere uno si chiede “perché uno youtuber deve pubblicare, e un autore più affermato che lavora su un progetto da una vita invece no?” La risposta è che le case editrici per investire su degli autori che vendono meno copie, perché non sono ancora conosciuti, hanno bisogno di un bacino di utenza già grande e soprattutto di fondi che magari ricavano da libri come il mio. Quindi io mi sento orgoglioso di questo… resta il fatto che comunque non l’ho pubblicato sotto il nome di Favij quindi poteva essere una mossa rischiosa, ma è andata molto molto bene e quindi sono molto contento.

 

Come hai lavorato con Jacopo Olivieri?

Abbiamo scritto a quattro mani, e a mille messaggi vocali. È stato molto difficile perché io avevo The Cage già scritto da un bel po’. Solo che era una bozza, rispetto al libro che abbiamo adesso. Quando la Mondadori mi ha detto che poteva essere pubblicato, avevo bisogno di una persona che si avvicinasse molto di più al mio linguaggio, rispetto a quello di un romanziere classico. Perché il mio linguaggio si avvicina molto al mio pubblico, ai ragazzi. Io so cosa piace ai ragazzi, che alla fine è ciò che piace a me, e quindi è stato difficilissimo trovare una persona che fosse in grado di esprimere le mie idee su carta. Ho trovato Jacopo, che pur essendo uno scrittore di fantasy affermato, ha un linguaggio molto young. Mi è piaciuto tantissimo, ci siamo trovati subito bene.

 

Hai detto che in realtà la tua prima idea di The Cage era per un film. Quando hai pensato che potesse avere senso anche solo come libro?

In realtà non è proprio che avessi in mente di fare un film. È che io nella mia mente – anche guardando molte serie tv, molti film – mi immaginavo sempre una specie di versione cinematografica prima di tutto… in pratica, pensavo: “Cavoli questa scena sarebbe proprio bella con effetti speciali”, e quindi la mettevo sulla pagina così come la immaginavo sullo schermo. Poi non è detto che non diventi un film, non nascondo che già ci sono delle proposte… potrebbe succedere davvero, non è un’ambizione che ho totalmente trascurato, ma sono contento di avere invece scritto un libro vero, e non un copione o una sceneggiatura. Però se dovessimo affacciarci al mondo della cinematografia, bè, avremmo delle basi ottime.

 

Quali sono i film, i giochi, le serie o i romanzi che hanno influenzato The Cage?

Sicuramente Maze Runner e Hunger Games. Per tutto il resto non saprei dare una fonte precisa anche perché ho giocato a tanti videogame, ho visto tante serie… Se ci pensi su, ci sono dei frammenti di Lost, ma sono cose minime a cui non si fa neanche caso. Sono io che nella mia mente ho tipo mischiato le carte di tutte le opere che ho visto e letto. E quindi siamo arrivati così a The Cage… però diciamo che le due fonti principali sono state Hunger Games e Maze Runner, se proprio devo citarne due in particolare.

 

Wow, Lost… Roba da anziani.

In realtà, avendo 23 anni, quando è uscito Lost non ero piccolissimo, ho fatto in tempo a vederlo.

 

 

Nel libro, non c’è mai violenza davvero cruenta, nonostante ci siano situazioni di grande tensione e pericolo. Ti sei trattenuto dall’esprimere violenza perché ti rivolgi ad un pubblico giovane?

In realtà su questo non c‘è stato una pianificazione, un ragionamento. Ho scritto come mi andava di scrivere. Col senno di poi ti dico che se dovessi scrivere un altro libro forse lo farei un po’ più violento (ride). Solo per il gusto di dire “Vabbè, dai, una persona mezza squartata ce l’ho messa dentro”. Comunque la realtà è che non ho neanche quella mente lì, non sono neanche in grado di immaginarmi scene così cruente. Devi essere un po’ pazzo per riuscire ad avere fantasie del genere.

 

Il protagonista, Ray, ha un rapporto strano con le ragazze. Qualsiasi cosa stia succedendo intorno a lui, anche quando sta lottando per sopravvivere… ecco, se gli capita per caso di entrare in contatto con una donna, va in tilt. Tutto si ferma e lui pensa cose tipo: “Oddio mi sta sfiorando la mano!” oppure “Le sto toccando i capelli!”…

Se devo ammetterlo, sì, Ray mi assomiglia molto! Immaginarsi un protagonista simile a me avrebbe reso più facile capire la sua reazione in specifiche situazioni. Mi ha aiutato a scrivere la storia in modo più realistico. È come reagirei io.