Nostalgia videloudica: Final Fantasy VII e Resident Evil 3

di Michele R. Serra

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Nostalgia videloudica: Final Fantasy VII e Resident Evil 3

C’è un’ondata di nostalgia che sembra attraversare il mondo dei videogame. Come definire altrimenti il fatto che nelle ultime settimane i giochi più giocati, discussi e amati sono due remake? E mica due remake qualsiasi, due remake mastodontici: Resident Evil 3 e Final Fantasy VII.

Nel caso di Resident Evil 3 e Final Fantasy VII remake vuol dire davvero remake, non solo migliorare un po’ l’aspetto grafico: qui si va molto oltre ogni versione remastered. L’industria del videogame ha preso ispirazione da quella del cinema, che spesso ha rifatto gli stessi film ogni 25, 30 anni. Il fatto è che il successo di queste operazioni nei videogame è stato persino più alto che nel cinema. Non solo a livello di vendite, ma anche di apprezzamento da parte del pubblico.

Giochi nuovi, ma vecchi

Anche perché – per quanto noi possiamo dire che i videogiochi siano una forma d’arte, e come uno si va a vedere 8 e ½ di Fellini in qualche rassegna cinematografica può prendere e giocarsi un gioco storico di quando ancora non era nato, tipo Another World o Grim Fandango – di solito non funziona esattamente così: è più improbabile, che uno vada a giocarsi un gioco vecchio, perché i videogiochi funzionano ancora diversamente dalle altre forme d’arte, non c’è niente da fare. È un campo dove l’innovazione è ancora la forza più importante. Ecco perché, pur se la nicchia del retrogaming, degli appassionati hardcore, è molto forte, per fare i grandi numeri bisogna avere giochi nuovi. Se poi sono gli stessi di vent’anni fa, non importa. L’importante è che sembrino nuovi. Nel caso di Resident Evil 3 e Final Fantasy VII, c’è da dire che sono anche più nuovi di quello che sembrano: hanno le caratteristiche giuste per mettere d’accordo chi vuole qualcosa di vecchio e chi vuole qualcosa di nuovo, quindi è inutile sorprendersi per il loro successo.

Resident Evil al tempo del Coronavirus

C’è da discutere piuttosto su cosa voglia dire giocare a questi giochi in tempi di coronavirus, perché, tipo: 1) è vero che – in un mondo in cui per molti è piuttosto raro anche solo mettere il naso fuori casa – visitare Midgar, la città fantastica in cui è ambientato Final Fantasy VII, può essere un’esperienza molto più intensa (in senso positivo) di quello che si poteva prevedere. E allo stesso modo, 2) andare a giocare invece a Resident Evil 3, quindi trovarsi a combattere contro un’epidemia zombi, può risultare forse un po’ sgradevole per qualcuno, come se alla fine anche il gioco entrasse in uno strano cortocircuito con la realtà. Però, dai: 3) il tono di Resident Evil è quello di un film horror di serie B, molto poco realistico e francamente in certi casi anche molto poco credibile, che in questo caso è un bene. E poi rigiocare a Resident Evil 3 significa in qualche modo ritrovare un luogo tutto sommato familiare, un gioco familiare, delle meccaniche conosciute, e questo è più rassicurante che inquietante. Che detto di un survival horror è strano, ma vero.

Quindi, prendiamo questa ondata di nostalgia videoludica per quello che può valere in questo momento storico: per i gamer che li vedono per la prima volta, può essere un modo per scoprire storie che non sono invecchiate affatto male, e hanno un valore anche nel presente. Per chi invece è abbastanza vecchio da aver giocato gli originali, beh, potrebbe essere una specie di rientro in una zona di comfort, chiamatela quella vecchia maglietta che non volete buttare via, quella poltrona che ha la vostra forma. Che forse in un altro momento sarebbe stato davvero inutile, ma in questo forse serve più di ogni altra cosa.