First Man: andare sulla luna è una fatica

di Michele-Serra

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First Man: andare sulla luna è una fatica

La sequenza iniziale di First Man contiene il signficato di tutto il film, in neanche cinque minuti. Praticamente si vedono: 1) occhi di Ryan Gosling shakerati 2) immagini traballanti condite di scricchiolii 3) numerini che scorrono su un quadrante che sembra quello del contatore dell’elettricità degli anni Settanta. Poi, da una specie di oblò vediamo spuntare la terra, vista dall’alto. C’è un attimo di pace, gli occhi del suddetto Ryan Gosling si rasserenano. Poi ancora, tutto ricomincia da capo. Casino.

First Man è l’adattamento al cinema del libro che racconta la storia di Neil Armstrong, effettivamente il primo uomo a mettere piede sulla luna (a meno che non siate tra quelli che dicono che era tutto finto anche quello, ma questa ipotesi non prendiamola in considerazione, per ora). Non è un adattamento qualsiasi, non può esserlo. Non solo per il tema, ma perché dietro e davanti alla macchina da presa c’è la coppia d’oro che solo un paio d’anni fa ha riacceso l’amore per il cinema hollywoodiano con il musical La la land, e cioè il regista Damien Chazelle e l’attore Ryan Gosling. Certo, questa storia è completamente diversa, ma in fondo è un altro pezzo del mito americano, quello della conquista dello spazio.

First Man racconta l’impresa, certo. Quella di quei tre astronauti che, chiusi dentro un’astronave-monolocale per un paio di settimane, hanno raggiunto il suolo lunare alla fine degli anni Sessanta, rendendo fiera una nazione che sembrava aver perso ogni tappa della corsa spaziale messa in piedi con i rivali dell’Unione Sovietica. Ma cerca di farlo andando contro tutto quello che ormai è diventato luogo comune del film spaziale. Invece di accentuare la grandezza dell’impresa, sottolinea le rinunce a cui Armstrong e compagni sono andati incontro. Rinuncia a una vita normale, rinuncia a una vera felicità. E che la scelta di andare sulla luna può essere fatta solo da un uomo che non vede un vero motivo per vivere quaggiù.

First Man è la storia di un eroe americano riluttante e tutt’altro che eroico. Non diventa un mito perché è coraggioso, determinato, ma perché sopravvive a quello che la vita e il lavoro gli buttano addosso. Tutto è il contrario di quello che ci aspettiamo, in questo film. L’eroe non è simpatico e non sa quando fare o dire la cosa giusta. La musica classica, appena la navicella si avvicina alla luna, finisce di colpo, e ci lascia solo col silenzio inquietante dello spazio. Altro che Kubrick, qui siamo proprio al contrario. Gli effetti speciali quasi non esistono, sostituiti da lunghe sequenze in cui la cinepresa si muove come dentro un frullatore, e letteralmente non si capisce nulla. Siamo con gli astronauti all’interno di queste navi spaziali che sembrano scatole di latta, assemblate da qualcuno molto pazzo o molto ingenuo. È, credo, una forma di realismo del racconto, e un modo di trattare l’argomento in qualche modo contrario alla retorica. Però credo che sia un film più utile ai critici per ricamarci sopra, che soddisfacente quando lo vedi al cinema.
Rimane un film riuscito probabilmente esattamente nel modo che voleva il regista. Nonostante questo però, non arriva a dire qualcosa di più, qualcosa di diverso, qualcosa di davvero sorprendente.