Flavio Oreglio nel Medioevo

di Laura Giuntoli

Storie di Smemo
Flavio Oreglio nel Medioevo

A scuola ci insegnano che dalla caduta dell’impero romano nel 476, fino alla scoperta dell’America nel 1492 – nel Medioevo, insomma – la scienza non era proprio nel suo periodo migliore. Un «guazzabuglio medioevale», come dice Mago Merlino a Semola ne La spada nella roccia. Bene, Flavio Oreglio, che oltre a fare il poeta, il comico e lo scrittore è anche biologo, dopo aver scritto Le radici pagane dell’Europa su Grecia&co, pubblica il secondo volume dedicato alla Storia curiosa della scienza. Curiosa perché basta cambiare prospettiva per capire che le cose non sono solo come ce le dicono a scuola, sono più interessanti. E stavolta Oreglio racconta l’età di mezzo, ma lo fa da un punto di vista al quale non siamo abituati: infatti il sottotitolo del suo saggio semisério (perché a volte fa anche ridere) è La rivoluzione degli arabi.  Gli arabi nel Medioevo in matematica, chimica e astronomia non li batteva nessuno, e infatti il cielo parla arabo, perché i nomi alle stelle l’han dati loro. Aldebaran, Antares, Rigel «e meno male che è così… Scoprire un pianeta e chiamarlo ‘Gianni’ non è il massimo»

E scusa, diranno alcuni di voi, perché noi non ne sapevamo niente? Perché degli arabi a scuola si studia poco, e l’immagine che ci resta in mente, quando va bene, è quella di Aladdin. Quando va male, quella del feroce saladino con la scimitarra che fa strage di cristiani, antenato di Bin Laden. Invece fu anche grazie agli arabi che a poco poco, nel corso dei secoli, il cielo si trasformò e un po’ a tutti venne a mancare la terra sotto i piedi. Così «l’Europa si svegliò dal sonno della ragione, generando le premesse necessarie per consentire a uno sparuto grappuscolo di matematici agguerriti, medici sezionatori di cadaveri e astronomi copernicani di far decollare definitivamente la ‘Scienza’ che oggi conosciamo.»