Flee era un cartone da Oscar

di Redazione Smemoranda

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Ok, lo sappiamo che quest’anno gli Oscar sono stati inesauribile fonte di meme e che tutti quanti ci ricorderemo solo quella cosa, di cui ovviamente non parliamo, perché non si nomina. Però quel surreale (o agghiacciante a seconda del punto di vista) pezzo di improbabile arte performativa messo in piedi dal signor Smith (seguito poi da un discorso che invece era soltanto imbarazzante) ha fatto finire in secondo piano tutte le cose interessanti che c’erano davvero agli Oscar quest’anno. Tipo, il primo film a cartoni animati mai candidato al premio come miglior documentario, e il primo documentario candidato al premio come miglior cartone animato. Che è lo stesso film, ed è in sala in questi giorni.

Flee, il film di animazione candidato al premio come miglior cartone e miglior documentario, è in effetti entrambe le cose. E non è proprio un inedito assoluto, nel senso che ce ne sono stati altri di film che combinavano queste due cose – il primo che viene in mente è Valzer con Bashir ormai più di dieci anni fa – ma è sicuramente una rarità nel mondo del cinema. Anche la storia che racconta è rara, in qualche modo.

Flee, il viaggio di un ragazzo afgano

Flee, diretto dal regista danese Jonas Rasmussen, racconta la vita di un ragazzo afgano costretto a fuggire da Kabul con una parte della sua famiglia, prima in Russia e poi nell’Europa del nord. Un ragazzo gay, che sta scoprendo e formando la sua identità nel pieno dell’adolescenza. Quindi doppia difficoltà, quella naturale della fase della vita in cui tutti quanti comprendiamoe arriviamo ad accettare la nostra natura, qualsiasi essa sia, e quella imposta dalla storia, che nel caso del giovane protagonista di Flee è ovviamente un dolore che sembra impossibile da superare.

Ecco, è un periodo in cui si fa un grande abuso del termine resilienza, in italiano. Però in questo caso, bè è veramente una storia di resilienza, nel senso che è la storia di un uomo che si piega di fronte ai colpi del destino, ma poi ritorna, rimane umano, soprattuto rimane quello che è nonostante il mondo intorno. E il bello è che l’animazione rende universale questa storia: cosa ne so io, di un ragazzino che si innamora degli A-Ha nella Kabul degli anni Ottanta? Non li ho mai sopportati, gli A-Ha. Eppure, mi sembra di conoscerlo.

Un cartone animato è il film più realista che abbiamo visto agli Oscar quest’anno. Non ha vinto, ha vinto Encanto. Che è fantastico, ma è un’altra cosa. Anche Flee era da Oscar.