Folcast: “Ero un tipo molto solitario a scuola”

di Irma Ciccarelli

Le Smemo Interviste
Folcast: “Ero un tipo molto solitario a scuola”

Folcast è il cantautore romano che vedremo e ascolteremo sul palco di Sanremo 2021 con il brano “Scopriti”; infatti, fa il giovane artista fa parte delle “Nuove Proposte”.

A questo brano sanremese hanno lavorato, oltre a Folcast, anche Tommaso Colliva, Raffaele Scogna e Rodrigo D’Erasmo che ha curato l’arrangiamento degli archi.

Oltre ad ascoltare “Scopriti” in tutte le piattaforme digitali, potrete trovare il video ufficiale sul canale Youtube dell’artista. Dove è stato girato il video? Il videoclip è stato girato da Giacomo Citro  nell’ex città del rugby di Spinaceto, una piccola città fantasma dedicata allo sport.

Volete conoscere un po’ di più Folcast? Ecco cosa ha raccontato per gli amici di Smemoranda in questa intervista!

Folcast, nome d’arte di Daniele Folcarelli. Perché hai scelto un nome d’arte? C’è qualcosa che rende diversi Folcast e Daniele? 

Perché al tempo non mi piaceva l’idea di uscire con il mio nome e cognome reali. Forse per paura, data anche dall’età. Oggi sono comunque contento della scelta fatta perché mi piace come suona. Sicuramente Folcast e Daniele sono la stessa persona.

“Scopriti”: come sei arrivato a questo brano? Ci racconti il momento in cui lo hai scritto?

Ero a casa, fuori era brutto tempo e quel giorno sentivo il pianoforte che mi chiamava a sé dicendomi: “dovresti venire qui da me, sederti su questo sgabello e scrivere una canzone!”. Ho composto Scopriti molto di getto. È nato il ritornello, poi sono venute le strofe. La parte a cui però sono più legato ormai è quella dello special (“Seguimi per stare meglio…”), nata solo quando abbiamo iniziato a lavorare alla produzione del brano con Tommaso Colliva.

“Scopriti” è il brano con cui parteciperai al Festival di Sanremo. Quali sono le caratteristiche, anche strettamente musicali, “punti di forza”, quindi non solo emotive, che ti hanno portato alla scelta di presentarti con questo brano?

La canzone è forse una delle più immediate che ho. Non l’ho scritta appositamente per il festival, ma evidentemente è stata una scelta saggia. Segue poi bene tutti i diversi stati emotivi che mi hanno portato a scriverla. Ne sono convinto al 110%.

Questo brano, come suggerisce il tiolo, è un invito a conoscere se stessi. Di cosa ha paura la tua generazione? E tu, di cosa hai paura?

Preferisco parlare per me, al momento. Io ho paura dell’ignoranza e del disinteresse.

Che idea hai del verbo “ascoltare”? Sai ascoltare te stesso? La musica quanto ha cambiato il tuo modo di ascoltarti?

La mia idea del verbo ascoltare è strettamente legata alla mia scuola media. È lì che ho imparato davvero a farlo. Ho fatto il musicale studiando chitarra classica e ogni giovedì pomeriggio avevamo lezione con l’orchestra. Ricordo perfettamente che dal momento in cui ci si accordava (violini, flauti, chitarre) dovevamo stare in silenzio a suonare e ad ascoltare il direttore nonché mio primo Maestro di chitarra, Franco Todde a cui sono ancora oggi molto legato. Devo molto anche ai miei genitori. Mi hanno sempre dimostrato cosa significa davvero ascoltare e quanto farlo sia importante in tutti i rapporti. Detto ciò, spero davvero di saperlo fare.

Da artista emergente, quali sono le trappole in cui hai rischiato di cadere?

Un rapporto alla pari con proposte poco convincenti.

Ti hanno paragonato a due grandi della musica: Alex Baroni e Franco Battiato. Come hai preso questi confronti? Ne hai sentito il “peso”? Qual è la tua idea pensando a questi due nomi?

Ancora oggi se penso a quel momento rimango allibito (in senso positivo). Alex Baroni ci ha lasciato un grande vuoto. Battiato è un maestro. Non ne sento il peso perché so di non essere grande come loro. Sono comunque onorato dell’accostamento.

Restiamo nel mondo del cantautorato. Negli ultimi anni, si è sviluppata una nuova letteratura cantautorale. Chi sono, secondo te, i nuovi cantautori? Cosa hanno in comune e cosa no con la “vecchia scuola”? Cosa sta dando di nuovo, diverso alla musica italiana?

I nuovi cantautori mi sembrano delle persone abbastanza “normali”. Per quello che può significare. Ci sono meno rockstar o artisti maledetti o sbaglio? Forse dipende anche dalla vicinanza e dal contatto costante che raggiungiamo ormai grazie alla tecnologia moderna. Il vocabolario cambia di generazione in generazione. Quello che resta in comune è l’urgenza che ognuno ha nello scrivere le proprie canzoni.

E tu, cosa speri di dare alla musica italiana? Perché ascoltare Folcast?

Spero di riuscire ad esprimere al meglio la mia musica. Un cantautore soul. Perché ascoltarmi? Suono da quando ero bambino ed ho molto rispetto per la musica.

Che tipo di studente eri alle superiori?

Le superiori sono state un momento molto complicato. Non ho scelto un percorso adatto a me, ma l’ho chiaramente scoperto solo dopo qualche anno dall’inizio, per cui era ormai troppo tardi per cambiare. Ogni mattina entravo col cappuccio in testa e non avevo nessuna voglia di passare tutte quelle ore lì dentro. Ero un tipo molto solitario a scuola.

Hai un ricordo particolare legato al diario Smemoranda?

Sì. Carlo, un mio carissimo amico che era il volto di una delle pubblicità che appariva dentro il diario. Tengo ancora ironicamente quella pagina del diario come santino nel portafogli.

Quale frase di “Scopriti” ti piacerebbe vedere sul diario di Smemoranda?

“Scopriti che fuori non piove, non fa neanche freddo e batte forte il sole.”

Cosa ti auguri, non solo artisticamente?

Di non perdere mai la curiosità.