Intervista a Galeffi

di Laura Giuntoli

Le Smemo Interviste - News

È uscito “Settebello”, il secondo disco di Galeffi, giovane cantautore romano che con il suo esordio ha collezionato oltre 25 milioni di ascolti streaming. Dieci tracce da ascoltare con attenzione, che ci restituiscono un ritratto più inquieto e maturo rispetto all’album precedente, aprendo le porte a una nuova fase musicale dopo una pausa lunga un anno.

Copertina di “Settebello” di Galeffi, Maciste Dischi/Polydor/Universal Music.

La tracklist di “SETTEBELLO”:

1 Settebello

2 Monolocale

3 America 

4 Dove non batte il sole

5 Grattacielo

6 Quasi quasi

7 Tre metri sotto terra

8 Cercasi amore

9 Gas

10 Bacio illimitato

“Ho un cruciverba nella testa / ma quasi mai la soluzione / e non so darmi una risposta / solo puntini di sospensione”, suona “Settebello”, la canzone che oltre a dare il titolo all’album, rende l’idea della sua poetica esistenziale. E siccome siamo tutti in quarantena e non possiamo ascoltarla dal vivo, Galeffi l’ha cantata per noi da casa sua in questo video:

Dentro al disco luci e ombre si alternano con grazia, le sfumature sono suggestioni d’artista: atmosfere da cinema d’antan e parole preziose, amore e inadeguatezza, il romanticismo più sfrenato e quello da divano, accompagnati da sonorità che spaziano dal pop rock al jazz. Lo abbiamo intervistato.

Ciao Marco, dopo il successo di “Scudetto” sei tornato con “Settebello”, il tuo secondo disco. Che in genere per gli artisti è il più temuto. Lo hai scritto a Roma, in un nuovo appartamento dove ti sei trasferito con un coinquilino. Prima stavi a casa con i tuoi, com’è stato andare a vivere da solo? Ha influito sul tuo modo di scrivere canzoni? 

È stato piacevole e naturale alla mia età. Anche se sto vicinissimo a casa dei miei e se non fosse per la quarantena li vedrei più di prima. Da quando mi sono trasferito sono stato molto più da solo, e in solitudine il tormento interiore si muove più velocemente perché hai meno distrazioni. Ho potuto suonare di più, ascoltare musica, scrivere fino alle 5 di notte. Il mio coinquilino ha la stanza lontano dal salotto, dove di solito suono, quindi non lo sveglio. Prima in camera con me c’era mio fratello, che se avessi suonato di notte mi avrebbe sbattuto la chitarra in testa.

Hai definito Settebello un album coraggioso “con un occhio verso il passato e l’altro rivolto al futuro, proprio perché pregno di nostalgia da una parte e di speranza dall’altra.” Che cosa hai preso dal passato e cosa vorresti portare di nuovo nel panorama musicale italiano?

Nella musica hanno già inventato tutto, ma hai modo di sintetizzare quello che è stato, di portarlo nel presente e renderlo buono per il futuro. Diciamo che penso di aver scritto un disco che domani sarà molto più apprezzato di quanto lo sarà oggi.

Fin dal primo ascolto di “Settebello” ci si accorge che qualcosa è cambiato nel tuo cantautorato: c’è molta più inquietudine nei testi, e molta più sperimentazione nella musica. Insomma, sei cresciuto. Cosa hai perso e cosa hai guadagnato in questo anno?

In questi mesi ho perso qualche chilo per via dello stress e dell’ansia. Ho guadagnato un po’ di autostima artistica e di consapevolezza personale. Sono stato molto severo con me stesso e credo di essere piuttosto cresciuto.

“Dove non batte il sole” è una canzone sull’inadeguatezza e sull’inquietudine che viviamo ogni giorno. Canti “tranquillo, non ti devi preoccupare, vedrai domani andrà soltanto peggio”. Sei più nichilista e depresso, cos’è successo? 

La vita non è facile, è una delle cose che man mano uno impara. “Scudetto” era un album apparentemente felice perché gli arrangiamenti erano più diretti, era un po’ più colorato e luminoso. Ma credo di avere il mio stile, e quello rimane, ad esempio la scelta accurata delle parole che danno significato alle mie canzoni. Questo disco è fatto di luce e ombra, è un album più cupo e maturo rispetto al precedente , ma la matrice è la stessa. La mia identità è in continua evoluzione, come la mia persona, ed è normale che sia così. Anzi per fortuna lo è. Non so te, ma quando sento i dischi dei miei colleghi che fanno sempre le stesse cose, mi rompo le palle.

“Cercasi Amore”, la canzone che ha segnato il tuo ritorno, ha un’attitudine molto diversa da quella del tuo album di esordio. Anche qui parli d’amore, che resta uno dei tuoi temi chiave, ma in modo più rabbioso e sofferto: “questo cuore non è un albergo /ho l’indirizzo per mandarti all’inferno”. Hai cambiato idea sull’amore?

No, anche perché nel disco ci sono altre tracce che smentiscono “Cercasi amore”. Una canzone non è nient’altro che fermare un po’ il tempo e metterlo in musica, il momento che viene dopo è tutta un’altra storia, tutta un’altra canzone.

L’apice della sofferenza amorosa però l’ho ascoltato in “Tre metri sotto terra”: “dov’è che vanno gli amori, quelli che non ce la fanno / quelli che restano dentro e non se ne vanno / ma tu lo sai perché siamo finiti io e te tre metri sotto terra”. Dimmi la verità, e perdona il gioco di parole, il titolo dell’album è “Settebello” perché ultimamente sei stato fortunato al gioco e sfortunato in amore? 

No zero, ma bella domanda, mi ha fatto ridere. Il vero motivo per cui ho scelto di chiamarlo così è perché la canzone “Settebello” è la migliore, e anche perché a livello di immaginario, da giocatore di carte, il settebello mi piace tantissimo: è la carta più preziosa del mazzo. E spero che questo disco sia il più prezioso dei prossimi che usciranno in questo periodo.

Tra i pezzi che preferisco c’è America, brano sofisticato dalle sonorità jazz. Com’è stato confrontarsi con questo genere musicale? A chi ti sei ispirato?

Mi sono ispirato alla scuola genovese che riusciva a rendere magico questo mondo jazz e allo stesso tempo pop: Gino Paolo, Bruno Lauzi, Paolo Conte. Per colpa e merito di mio padre sono cresciuto ascoltando il jazz, che rimane il genere musicale musicale più raffinato. Nell’album avevo bisogno di una chicca, non potevo mancare a questo appuntamento.

Il tuo amore per il cinema, oltre che dai testi, si vede dai videoclip delle tue canzoni, che esteticamente  hanno un’allure raffinata e suggestiva. Ad esempio, America è firmato dal collettivo Luther Blisset. Come entra il cinema nelle tue canzoni?

Non lo so come il cinema entri nelle mie canzoni, ma ci entra. In questi giorni di quarantena sto facendo maratone di film, in particolare di cinema d’autore che è il mio preferito. Alcuni film mi lasciano delle tracce, che poi sintetizzo alla mia maniera. Scrivere le canzoni è la somma di tutte le cose che ti appartengono, succede così anche con alcuni film: quelli belli, che ti rimangono, in qualche modo ci entrano.

In un’intervista hai raccontato che il tuo primo approccio con la musica è stato il rap, e che hai iniziato per rimorchiare. Com’è andata? Intendo la tua esperienza da rapper. E ha funzionato con le ragazze?

Male in entrambi i casi. Una pena. Con le ragazze, poi, malissimo: dopo che pubblicato la mia prima canzone, che si chiamava “Solo lei”, la ragazza a cui era dedicata mi ha regalato un topo di peluche. Non ho capito perché, non gliel’ho mai chiesto, ma c’è stata questa sorta di baratto: io le ho scritto la canzone e lei mi ha regalato un sorcio. A parte questa cosa simpatica, che mi ha fatto capire già all’epoca tutto della vita e dell’amore, a un certo punto ho abbandonato il rap, ho capito che non faceva per me. Non mi piaceva il fatto che non si potesse cantare veramente. Io volevo strillare, interpretare e così ho iniziato a scrivere canzoni di altro tipo, più pop.

Tra le tue passioni c’è anche il calcio: da adolescente hai giocato molto, poi hai fatto il giornalista sportivo e infine hai intitolato il tuo primo album Scudetto. è il calcio il tuo primo vero amore?

Sì, senz’altro. Sono malato di pallone, sono tifoso della Roma e non c’è cosa che mi piace più del calcio. Forse solo la pasta batte il calcio.

Com’eri ai tempi delle scuole superiori?

Ero un po’ sfigato. Sono cresciuto tardi, intorno ai 17 anni, prima ero uno sgorbietto bassino. Mi piaceva vestire in maniera colorata e strana, ho sempre odiato le mode, le odiavo a prescindere e questo non mi ha aiutato a livello sociale con i miei coetanei. Ero un tipo piuttosto timido e diffidente, giocavo tanto a pallone e alla play, ho iniziato presto a scrivere canzoni e a guardare film d’autore. Tutto sommato credo di essere rimasto lo stesso di allora, solo più alto e più peloso, con un po’ più di esperienza.

Per l’uscita del tuo primo disco hai girato un sacco. Adesso siamo tutti in quarantena, e i live devono aspettare. Credi che cambierà qualcosa nel nostro modo di vivere la musica o tornerà più forte di prima la voglia di andare ai concerti?

Prima che le cose tornino normali e che passi la paura ci vorranno un bel po’ di mesi. Però me lo auguro, perché prima poi dovrò suonarlo questo disco.

Hai un sacco di tatuaggi, che significato hanno? 

Ne ho 10, ma il significato di tutti non te lo posso dire. Sono un fungo, un cartone giapponese, il numero 10 di Totti, John Lennon, il lupetto della Roma, la copertina di Squerez (il disco dei Luna Pop, la band di Cesare Cremonini ndr), un cucchiaino, una teiera con una tazza di te, un girasole e un ago e filo. Ho già deciso l’undicesimo tatuaggio, te lo svelo in anteprima: sarà un settebello. Insomma, colleziono cose.

Come stai passando questi giorni in quarantena? 

Sto guardando film a manetta, gioco alla play, ascolto musica, dormo, gioco a carte e cucino un sacco. Pasta, soprattutto.

Anche tu hai cantato dal balcone? 

Niente flash bob dal balcone, mi piglia male.

So che sei un appassionato di letteratura, da Kerouac a Pessoa. Che libri che hai sul comodino?

Morte a credito di Celine, L’immortalità di Kundera e Il libro di Baltimora di Joël Dicker, sono un amante dei gialli.

La tua playlist Spotify di questi giorni.

“Conchiglie” di Andrea Laszlo De Simone, “Conoscersi in una situazione di difficoltà” di Giovanni Truppi, “A prescindere da me” di Niccolò Fabi.

Il tema della Smemo quest’anno è “mai senza”. Quali sono i tuoi “mai senza”?

Pasta, Sigarette e grappa barricata

Prima di salutarci, lasciami una dedica sulla Smemo da una tua canzone.

“Mi basteresti te”…

foto di Giovanna Onofri

Bio: Galeffi è un cantautore romano, classe 1991. Il suo album d’esordio “Scudetto”, uscito nel 2017 per Maciste Dischi, desta immediatamente un grande interesse da parte di pubblico e critica, collezionando oltre 25 milioni di ascolti streaming e portando l’artista a fare in meno di un anno un tour di 70 concerti nei principali club e festival italiani, molti dei quali andati sold out, passando per il concertone del Primo Maggio di Roma e dal Mi Ami Festival di Milano. Marco Cantagalli, questo il suo vero nome, è dotato di vocalità graffiante e potentissima e si fa cantare e ricordare, grazie ad una scrittura riconoscibile ed efficace. Cresciuto con il pop seminale dei Beatles, con il Soft rock di Nutini e il Neo Soul di Amy Winehouse, Galeffi rappresenta un unicum nel cantautorato italiano, riuscendo con il suo pop senza compromessi ad entusiasmare e convincere grazie alle sue molteplici anime.