Will Smith + Willy = Gemini Man

di Michele R. Serra

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Will Smith + Willy = Gemini Man

Ventidue anni per fare un film è tanto anche per gli standard delle grandi produzioni cinematografiche. Ma quando il tempo diventa così tanto, c’è sempre qualcosa che non va. E infatti Gemini Man, progetto che gira per gli uffici di Hollywood dal 1997, è semplicemente un film bruttissimo. Allo stesso tempo però illumina quella che potrebbe essere una nuova rivoluzione per il cinema in sala, perché è girato con un effetto 3D che va oltre il 3D. E con un sacco di altre diavolerie digitali, compreso un protagonista vero e un protagonista finto che è uguale a quello vero.

Se vi capita di vedere i manifesti di Gemini Man, c’è scritto sopra gigante: Will Smith VS Will Smith, perché in effetti è così. La storia di Gemini Man ruota intorno al fatto che Will Smith deve combattere contro un suo clone più giovane di venticinque anni. Ora, se voi mettete insieme le due informazioni che vi ho dato, e cioè che 1) ci hanno messo 22 anni a fare questo film, e 2) alla fine hanno ricreato al computer un Will Smith di 22 anni più giovane, capite subito che in realtà non era necessario usare tutti questi effetti speciali, bastava decidere tutto prima a tavolino. Semplicemente 22 anni fa bisognava andare da Will Smith e dirgli: c’è da girare questo film, quindi ne giriamo una parte adesso, poi tra 22 anni torniamo da te e facciamo le scene che mancano, perché sai, il tuo personaggio deve invecchiare e combattere contro se stesso più giovane. Pensate che bello se avessero fatto così: sarebbe stata arte purissima. Invece no, hanno preferito gli effetti speciali. A proposito.

Il 3D ad altissima definizione di Gemini Man è girato anche ad altissimo frame rate, cioè tra i 60 e i 120 fotogrammi al secondo. Il cinema “normale”, per intenderci, è girato a 24 fotogrammi al secondo, mentre Peter Jackson aveva girato il suo Hobbit a 48. E tra l’altro proprio la Weta Digital di Peter Jackson figura tra i tanti consulenti di questo film. Quindi, lo spettatore è effettivamente messo davanti a qualcosa di mai visto: un film tridimensionale che non ha nessuno dei difetti che siamo abituati ad associare ai film tridimensionali (cioè ad esempio un leggero sfarfallio dell’immagine, una lieve perdita di luminosità). Tutto le immagini di Gemini Man sono di una chiarezza cristallina, profonde, ogni cosa è incredibilmente a fuoco, ogni cosa è illuminata. Eppure, non è detto che questo sia un bene.

Non è un bene perché, beh, pare proprio che il cervello del singolo spettatore sia perfettamente in grado di recepire tutte queste informazioni visive. Vediamo tutto così bene, che alla fine tutto quello che nel cinema di solito riesce a sembrare realistico, qui sembra esattamente quello che è: finto. Finti muri che si spaccano, finti incidenti e finte cadute. L’immagine, più che una produzione hollywoodiana milionaria, ci ricorda i peggiori telefilm polizieschi tedeschi delle sei di sera. La sintesi migliore l’ha fatta Stephen Dalton sull’Hollywood Reporter, a sua volta citando Dolly Parton: “ci sono voluti un sacco di soldi per sembrare così poveri”.

Non è che questa tecnologia 3D ad alto frame rate non sia promettente, ma Gemini Man ci ricorda che soggetto e sceneggiatura servono ancora per fare un film, non importa quanto stupido e tamarro. Soprattutto ci ricorda una regola di base per il cinema, che è un’arte in cui la tecnologia gioca un ruolo fondamentale. La regola è che la tecnologia è quasi inutile, finché qualcuno non capisce come trasformarla in uno strumento creativo. Allo stesso modo in cui qualcuno ha pensato che la cinepresa poteva essere usata non solo per rendere conto della realtà, ma anche per raccontare storie. Così, questo nuovo 3D forse un giorno troverà qualcuno capace di sfruttarlo appieno dal punto di vista artistico, di metterlo al servizio della narrazione. Per ora, nessuno sembra esserci riuscito, neanche un grande regista come Ang Lee.