Milano TVB, caro Ghali

di Caterina Balducci

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Torino, Firenze, Genova, Bologna… Ghali è in tour già da un po’ ma, lo anticipa su Instagram, il 29 ottobre 2018 sarà “il giorno più importante della sua vita”.
Mi odio e mi amo, come Milano dice una delle sue rime più famose.

Milano è la chiusura di un cerchio, quello dei suoi venticinque anni: la prima infanzia in Tunisia – con i suoi suoni, colori e profumi – e l’arrivo, ancora bambino, in questa città che si ama e si odia insieme, in cui i palazzoni della periferia dove è cresciuto nascondono il cielo, ma ti mettono addosso un’energia che, forse, si impasta proprio con quel cemento. Ghali è famoso, Ghali è stiloso, sembra già una rima trap.

Il Forum di Assago è strapieno ma neanche per un momento questo rapper spilungone (è lui che si autodefinisce così) perde di vista la sua storia. Dalla Tunisia a qua, cosa significa essere un immigrato di seconda generazione in Italia quando non sei famoso e il rap è la tua via di fuga.

Cos’è successo sul palco

Si affida alla voce del suo amico immaginario, Jimmy, che è davvero quello che aveva da piccolo, che lo aiutava nei periodi difficili, un po’ grillo parlante un po’ alter ego. La voce di Jimmy risuona dall’alto, con le domande più scomode: “Ti ricordi quando non ci facevano entrare nei locali?”, “Sei diventato ricco, eh?”, “Dicono che il successo ti abbia cambiato”. Ghali si prende la briga di commentarne ognuna, con una sincerità che se non fosse totale non farebbe divertire e commuovere il pubblico. Nella serata della chiusura del cerchio, non può mancare lei, la musa ispiratrice: la mamma. Così presente in tanti testi.

Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo? si chiede in Ricchi dentro e sembra chiederglielo anche lì, sul palco, davanti a diecimila persone. Grande e grosso com’è, continua a baciarsela e a coccolarsela, fregandosene di mostrarsi vulnerabile e dolcissimo. E la mamma se le gode tutte, quelle effusioni, stretta al suo ex bambino gigante. “Auguro a ogni mamma presente di vedere realizzato il sogno di proprio figlio come è successo alla mia stasera”, ché probabilmente non esiste un augurio più bello, in effetti. Sul palco si alternano ospiti – l’amico Capo Plaza super acclamato dal pubblico e il produttore-fratello Charlie Charles – performance, quelle di un gruppo di ballerini-acrobati sudafricani (“Lo vedete che potere ha la musica? Di unire l’Africa del Nord con quella del Sud) – clip che raccontano o si ispirano a pezzi della sua vita e colori, tanti colori, sugli abiti e sulle bandiere, che Ghali toglie e mette come fossero mantelli: quella tunisina e quella italiana. Su di lui calzano a pennello entrambe e perdono tutti i significati di cui, soprattutto in questi tempi, qualcuno vuole caricarle.

Si balla, tanto, ci si emoziona, soprattutto quando un’esplosione di coriandoli d’argento invade il palco al ritornello di Habibi ma s’è fatto tardi e non può mancare la ninna nanna, come il titolo di uno dei pezzi che più l’ha reso famoso e che sembra cullare veramente un intero palazzetto, illuminato quasi solo dalle luci dei cellulari che ondeggiano.

Il cerchio è pronto a chiudersi, Ghali saluta il pubblico ricordandogli che da domani la sua vita sarà un’altra perché questa serata, proprio questa, lo traghetterà in una nuova era, quella di chi ce l’ha fatta: a realizzare un sogno. E però non può andarsene così, manca un pezzo, che non è mai stato più attuale e più vero di così. Con il tricolore verde/bianco/rosso a mantello intona i versi di Cara Italia: boato, oh eh oh una specie di mantra collettivo.

Per lui qualcosa è cambiato, da stasera. Ma anche per chi c’era ad ascoltarlo.

Tvb anche noi, caro Ghali.