Memoria di una foto scattata a Yad Vashem tra i Giusti

di Alessia Gemma

Attualità - News
Memoria di una foto scattata a Yad Vashem tra i Giusti

Questa è una foto scattata da me ad agosto del 2019, questa estate. Tutto quello che so e deduco di queste persone è che sono una famiglia, sono ebrei, si vede dall’abbigliamento, dalla kippah degli uomini, le gonne sotto al ginocchio delle donne e la parrucca della madre, la camicia bianca e i pantaloni neri del padre e del figlio.

Sono al Museo della Memoria di Gerusalemme, il museo di storia dell’Olocausto più grande del mondo, hanno appena fatto un cammino di 180 metri nella storia del loro sterminio, attraverso un percorso sotto terra, attraversando 10 gallerie che documentano la presa di potere del regime nazista, l’emarginazione degli ebrei nei ghetti e quindi il loro sterminio, le testimonianze, le esperienze personali e i sentimenti delle vittime dell’olocausto, tra fotografie e gigantografie, filmati, lettere, documenti, frammenti di diari di bambini, teche espositive di oggetti dei deportati, cassetti da aprire, bandiere e stendardi, mappe, pannelli esplicativi e reperti come una delle barche usate dai danesi per fare fuggire in Svezia gli ebrei perseguitati. Alla fine di questo percorso si va incontro alla luce, ci si ritrova fuori, dove si riprende un po’ il fiato dall’orrore. Doveroso affrontarlo per uscirne.

Là fuori mi sono seduta su una seggiolina per raccogliere le forze e osservare le facce di chi usciva da quel percorso, e là mi è venuta incontro questa famiglia. Di loro non ho altra memoria se non questa foto sul mio telefono, di loro non saprò mai niente se non che per un lungo periodo sono stati considerati una razza da eliminare, da uccidere, da perseguitare, da estinguere.

È l’unica foto in due sequenze che ho scattato a Yad Vashem. Siamo sul versante occidentale del Monte Herzl (“Monte della Memoria” o “Monte del Ricordo”) della foresta di Gerusalemme in un museo storico che occupa un’area di 4200 metri quadri con strutture prevalentemente sotterranee.

La famiglia affacciata che si vede in foto è reduce di uno dei più grandi orrori del mondo e ne ha appena ripercorso la storia, rinnovandone la memoria. Questa famiglia con la sua visita ha appena onorato la memoria di milioni di persone che potevano essere loro, che sono stati i loro parenti, morti straziati dal Male. Ora là fuori mi sento inadeguata al mondo e molto confusa (Gerusalemme porta con sé tantissime e inspiegabili contraddizioni). Mi sento incazzata, loro invece non lo sembrano affatto. Mi chiedo anche se si siano sentiti umiliati ripercorrendo quella storia di Umiliazione massima dell’uomo.

Sono affacciati con me sul Giardino dei Giusti, zona franca del mondo, che commemora gli uomini non ebrei e le donne non ebree che durante il periodo della Shoah “in un mondo di totale collasso morale indifferente o ostile nei confronti degli ebrei, seppero sostenere i valori umani, prestando loro aiuto e soccorrendoli in vari modi, a rischio e pericolo della propria vita” e fecero questo solo per ragioni umanitarie e senza nessuno scopo materiale o occulto.

Ci sono circa 30mila Giusti da 51 nazioni, fra cui 295 italiani. Ci sono “cristiani di tutte le denominazioni e chiese, musulmani e agnostici; uomini e donne di tutte le età; provenienti da tutti i ceti sociali; persone molto istruite come contadini analfabeti; personaggi pubblici come anche persone provenienti dai margini della società; abitanti delle città e agricoltori provenienti dai più remoti angoli d’Europa; professori universitari, insegnanti, medici, sacerdoti, suore, diplomatici, semplici lavoratori, inservienti, combattenti della resistenza, poliziotti, contadini, pescatori, un direttore dello zoo, un proprietario di un circo, e molti altri ancora”. Per ogni giusto è stato piantato un albero finché i Giusti sono diventati tantissimi, una foresta silenziosa, e allora hanno continuato a menzionarli nel Muro d’Onore.

«[…] io credo che proprio a Lorenzo debbo di esser vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi»
Primo Levi in Se questo è un uomo cita il suo soccorritore Lorenzo Perrone, nominato Giusto fra le Nazioni il 7 giugno 1998

Nella foto si vede un raggio di luce arcobaleno. Quel giorno ho voluto pensare che fossero i Giusti e che senza i Giusti questa famiglia non sarebbe nella mia foto e nel mondo. È esistito il Male, non è finzione e occorre ricordarlo per combatterlo. E sono esistiti i Giusti che si sono opposti al Male, persone che hanno fatto del bene ad altre persone solo e puramente per il Bene.

Yad-Vashem