Golden hour: il primo album di Degà

di Laura Giuntoli

Le Smemo Interviste - News

A 12 mesi dall’uscita del primo singolo “Bramarti”, Degà, giovane cantautore napoletano,  lancia il suo primo Ep “Golden hour”. Quattro tracce per un album che porta alla mente più significati, uno su tutti quello del tramonto, che è presente in ogni brano dell’album, quell’ora dorata che al calar del sole colora tutto il paesaggio. E poi, la musica come come cura: Degà attraverso questo progetto musicale ha voluto soprattutto restituire alla musica il valore che ha avuto nella sua vita: una terapia emotiva per tornare ad emozionarsi anche di fronte alle cose più semplici, come il tramonto. Lo abbiamo intervistato.

Ciao Degà, raccontaci la storia del tuo progetto musicale, partendo dal nome che hai scelto.

Degà è lo pseudonimo di Gaetano Marrone, un cantautore sognatore di origini napoletane. Il progetto è nato solo dodici mesi fa, nel luglio del 2020, con il brano di esordio “Bramarti”. Brano a cui sono legato particolarmente, in cui si riesce a capire in pieno, secondo me, cos’è il progetto Degà: raccontare storie che rappresentano un po’ tutti, ma osservandole da una prospettiva diversa. Il nome è venuto fuori in modo abbastanza spontaneo. In salotto ho esposto un quadro di Edgar Degas, che come solito dell’artista, ritrae alcune ballerine, stavo pensando ad un nome d’arte per me, e “Degà” suonava molto bene perché è un nome breve e tronco. Poi io mi chiamo Gaetano, e con De – Gà, è come se volessi dire: “Riguardo Gaetano”.

Il tuo primo Ep si chiama “Golden Hour”, e il significato che gli attribuisci è doppio. “Golden hour” in fotografia è il momento magico in cui il sole tramonta e colora tutto d’oro. In medicina indica il lasso di tempo in cui, dopo un grave trauma, un medico può salvare la vita al paziente. La musica, quindi, ti ha salvato? È lei la tua “golden hour”?

La musica mi ha curato e continua a farlo, è una terapia continua e mi piace un sacco, quindi meglio star male se la cura è lei! A parte tutto, era un momento della mia vita in cui vedevo tutto nero, incastrato in una situazione ed un meccanismo che non mi apparteneva, ma non avevo la forza di uscirne. Una di quelle classiche situazioni che, quando ci sei fuori, sembra facile a dire: “sbarazzati di tutto ciò”, ma quando ci sei dentro, sembra di trovarti in un labirinto, senza via d’uscita. Ora, a posteriori, anche io dico: “ma come ho fatto a resistere tutto quel tempo?”, ma sono sicuro che se non ci fosse stata la forza motrice della musica, tutt’ora sarei ancora in quel tunnel, quindi, musica grazie di esistere, ancora una volta.

Del valore salvifico della musica se ne è parlato tanto, in questo periodo di pandemia. La tua, di musica, sembra darci un messaggio positivo: canti di dolce nostalgia (“Cola di Rienzo”), di speranza (“Dove finisce il giorno”), di tramonti meravigliosi (“Murakami”) e, in quasi tutte le tue canzoni, c’è l’amore. Qual è la tua poetica? E quanto c’è di autobiografico?

La mia poetica, come dicevo prima, è quella di raccontare storie di tutti i giorni, ma osservate da una prospettiva diversa, tralasciando i soliti dogmi letterari che si usano di solito, affidandomi ad una poetica più ricercata, cercando di ottenere alla fine un concetto che sia spunto di riflessione. Una sorta di filosofia minimal, usata con il giusto dosaggio proprio per far capire meglio il concetto, ma non mi dimentico che si tratta di una canzone, quindi c’è bisogno sempre di quel velo leggerezza che renda tutto più fluido ed ascoltabile. C’è sempre qualcosa di autobiografico in quello che scrivo, anche se il punto di partenza delle mie canzoni, non sono quasi mai io. Spesso parto da un semplice racconto di una storia, un piccolo film che ho in testa che non mi coinvolge in prima persona, ma ricollegandomi al concetto che esprimevo prima – cioè quello che il mio obbiettivo, far riflettere – finisco per riflettere io per primo. Quindi, è inevitabile che nel processo creativo io non aggiunga riferimenti personali vissuti in prima persona.

Tra le 4 tracce che compongono l’album mi ha colpito “Satellite Vietnamita”. Onirica, romantica e piena di riferimenti alla “golden age” della musica, gli anni ’70 – i Ramones, David Bowie, John Lennon e Yoko Ono. Come nasce questa canzone?

Innanzitutto “Satellite Vietnamita” è il brano dell’EP a cui sono più legato anche io. In “Satellite Vietnamita” non ho usato nessun filtro, sia per il lessico che per la musica, ho fatto quello che volevo senza seguire le mode del momento. Credo che l’essenza nell’essere indipendente sia proprio questa. La canzone nasce dalla storia di due amanti che fanno questo viaggio ultra planetario raccontato da un gabbiano che osserva dalla luna. I due amanti si ritrovano nel classico momento spartiacque tra lo scegliere se restare a godersi soltanto i bei momenti o diventare una coppia, formalizzando i propri sentimenti. La scelta è semplice, nessuno può far a meno dell’altro, restando sé stessi, innamorandosi di un mondo che va oltre il reale, ispirandosi ai dogmi della fantasia. Per quanto riguarda la musica, in quel periodo avevo un giro di chitarra in testa che mi è venuto ascoltando musica pop-folk irlandese, le strofe erano già scritte, ho provato a cantarle su quel giro, e come per magia, scivolavano meravigliosamente. Credo che sia la mia unica canzone composta tutta in una sola volta, in modo naturalissimo, mi sono fatto trascinare dall’istinto, cuore, pancia e testa che lavorano tutte insieme con un solo obbiettivo: emozionare.

Dal punto di vista delle sonorità come descriveresti “Golden Hour”?

Diciamo che l’EP è molto eterogeno, c’è il pezzo chill, quello funk, la ballad ed il pezzo vintage. Forse non ha un genere predominante che li accomuna, ma è un vero melting pot, musicalmente parlando. La cosa che accomuna tutte e quattro le canzoni, è sicuramente la poetica usata nei testi e l’uso dei suoni, infatti la cosa curiosa è che se seppur i ritmi e i mood sono diversi, gli strumenti e il suono degli strumenti sono sempre gli stessi.

In “Cola di Rienzo” citi “Altrove” di Morgan (E mi sveglio con il piede sbagliato al contrario di Morgan). Quali sono gli artisti che, da ascoltatore, ami di più? E quelli che da artista ti hanno ispirato?

Nel mio percorso musicale ne sono passati tanti di artisti, e chi per un motivo, chi per un altro, mi hanno offerto qualcosa da cui prendere spunto. Ti posso citare i primi amori: Pino Daniele e Lucio Battisti, per passare poi, più in là con gli anni, a Domenico Modugno, che mi ha aperto un mondo cantautorale letto sotto un’altra chiave, sia musicale che poetica; arrivando fino ad oggi, dove i miei ascolti quotidiani si soffermano molto su artisti tipo Glen Hansard e Damien Rice, irlandesi, di cui mi piace molto il modo intimo di approcciare alla canzone, con la chitarra acustica come strumento madre, che accompagna le liriche musicali.

Se potessi scegliere un artista con cui collaborare per il tuo prossimo pezzo, chi sarebbe?

Nel panorama italiano ed internazionale ce n’è sono molti con cui collaborerei e scriverei una canzone. Mi piacciono molto Giuliano Sangiorgi e Cesare Cremonini. Cremonini ritengo che nella scuola italiana attuale sia l’unico che riesca a dare quella freschezza, figlia dei tempi d’oggi, ad ogni brano, senza tralasciare però il cantautorato classico italiano.

C’è stato un momento in cui hai realizzato che avresti voluto fare musica? Quanti anni avevi?

La mia passione per la musica credo che sia nata in simbiosi con me. Fin da bambino, dove arrivano i miei primi ricordi, mi divertivo a cantare ed ascoltare tantissima Musica, mi ricordo che passavo ore ed ore con il mio amato stereo della Panasonic nero a ruotare la rotellina del tasto “touring” per trovare la canzone che preferivo, per poi premere il tasto rec e registrarla sulle vecchie audiocassette, qualche volta per via di questo giochetto, ho rovinato cassette originali di mio padre. Col passare degli anni, ai tempi dell’università, feci amicizia con un ragazzo che suonava la chitarra. Insieme a lui ho iniziato a scrivere le prime canzoni e creare un duo musicale. Successivamente ho imparato a suonare la chitarra ed intraprendere la carriera da solista. Da quel giorno sono passati 15 anni, pieni di alti e bassi, qualche anno ho suonato di più e qualche anno di meno, ma la forza motrice della musica mi ha sempre riportato a lei, come un risucchio di un’onda che non riesci a controllare.

Lasciaci una citazione da una tua canzone sulla Smemo!

Facciamo finta di tornare ancora piccoli, perché in provincia i ricordi sono più grandi anche se sono stanchi, facciamo finta che ci rincorriamo lì, tratto da “In provincia”.