Goodbye Pete Seeger (1919-2014)

di Marina Viola

Attualità
Goodbye Pete Seeger (1919-2014)

Oggi muore Peet Seeger, e so che per per gli under 50 vuol dire poco, ma credo che il suo impegno e il suo lavoro valgano la pena di essere ricordati, perché dovrebbero ancora adesso essere alla base della nostra idea di giustizia.

 

Ce ne sono ancora, in Italia e nel mondo, persone che vedono dell’America solo il lato più meschino, quello capitalista per eccellenza, quello dei poliziotti del mondo, quello opportunista, bigotto, tendenzialmente di destra e ignorante. E, dopo venti e passa anni che sono qui, sono state tante le volte che anche io ho fatto lo stesso errore. Ma gli Stati Uniti sono enormi, è un contenitore in cui si trova di ogni cosa il suo contrario. Per cui si trova Beyoncé ma anche (fino a ieri, almeno) Pete Seeger.

Chi è ‘sto Pete Seeger? È quello che ha cantato con il banjo o con la sua chitarra a dodici corde canzoni folk che parlavano di ingiustizie sociali, di discriminazioni. È quello che ha insegnato Bob Dylan a diventare Bob Dylan, per dire. È quello che ha cantato la canzone We shall Overcome, inno indiscusso della protesta giovanile degli anni Sessanta: i frikkettoni, che dicevano peace peace peace, e che abbracciavano gli alberi e si facevano un sacco di canne (si, anche i vostri genitori, ve lo assicuro).

Pete Seeger è quello che negli anni Quaranta venne messo nella lista nera perché iscritto al partito comunista da McCarthy, che come il Nano, pensava che mangiassero i bambini. Venne bannato dai mass media per più di vent’anni, ma malgrado ciò, continuò a cantare in giro e a incidere dischi: in tutta la sua lunghissima carriera, ne ha incisi più di cento; tra un po’ Vasco lo raggiunge.

Insomma, Pete Seeger, in poche parole, è il re degli americani fighi, è la voce della parte dell’America che non conoscevamo ma che speravamo esistesse, e che quando l’abbiamo scoperta, l’abbiamo tutti amata: Seeger ci parlava di giustizia, di diritti dei lavoratori, di pace, di ecologia, di razzismo. E noi tutti abbiamo tirato un lungo respiro di sollievo e dato un high five ai nostri fellow Americans. Tutti nel senso di tutti di sinistra, nel senso di Guccini, Bennato, De Gregori, e tutti i nostri cantautori che hanno cercato di imitare quel genere di protesta attraverso le canzoni. Tutti noi, insomma.

Una della ultime volte che Pete Seegar ha cantato in pubblico è stata nel 2009, durante l’inaugurazione della seconda presidenza di Obama: ha cantato con Bruce Sprinsgteen una canzone di Woody Guthrie (un altro grande, grandissimo) che si intitola This land is my land e che è l’inno dei coraggiosamente pochi socialisti americani. Quel giorno compiva 90 anni.

E non credo che sia una coincidenza che proprio ieri sera Obama abbia fatto un importante discorso alla Nazione, in ha denunciato con toni sobri e proccupanti le disparità economiche tra chi ha e chi non ha, annunciando, tra le altre cose, l’aumento della paga minima per i lavoratori federali.

Ecco, che lo spirito di Pete Seeger sia ancora una volta lì con lui, perché se Obama è sensibile a questi temi di ingiustizia sociale, è anche grazie al lavoro di sensibilizzazione fatto negli anni da Pete e dai suoi colleghi.

Farewell, brother.