Guilty Gear Strive è la giappo-zarrata che volevamo

di Redazione Smemoranda

Recensioni

Due personaggi vestiti in modo a dir poco improbabile si prendono a fendenti sui denti parlando in giapponese, su un sottofondo di rock zarrissimo. Chiaro che siamo davanti a un picchiaduro, made in Japan ma esportato in tutto il mondo – anche senza doppiaggio, tanto chi se ne frega di quello che dicono i personaggi.

Che poi c’è un po’ l’idea diffusa, il credo popolare che i picchiaduro siano videogame soltanto ignoranti. E invece non è così, perché dietro l’ignoranza apparente c’è sempre una grande raffinatezza. Una regola che è rispettata perfettamente da Guilty Gear – Strive, uno dei giochi di mazzate che volano più alti in questo 2021. Un gioco capace di dimostrare che non ci si improvvisa zarri così, da un giorno all’altro, ci vuole preparazione e applicazione.

I personaggi di Guilty Gear – Strive sono folli

Come Vin Diesel fa un sacco di palestra per fare le tamarrate dentro Fast & Furious, così i ragazzi della software house Arc System Works si sono allenati per almeno vent’anni, prima di dare alla luce un gioco in cui c’è un personaggio che è tipo un poliziotto sacro, una guardia svizzera che ha preso troppi steroidi, e si chiama con il nome e il cognome di due membri degli Helloween (che fanno felici gli amanti del metal da una trentina d’anni, ma questa è un’altra storia). Altri personaggi: l’assassina russa che uccide con i capelli, la strega satanista che uccide con la chitarra elettrica, il crossdresser che uccide con lo yo-yo e l’orsacchiotto. Giuro che è tutto vero. E poi c’è Giovanna, che non è un personaggio particolarmente importante, ma mi piace il nome.

Ok, diciamola tutta. I picchiaduro giapponesi, di per sé, fanno sempre abbastanza ridere. Perché hanno una tradizione estetica molto precisa, ma anche assurda ai nostri occhi. Eppure, rimangono iper-affascinanti, come Guilty Gear – Strive. Che oltre a tutte le cartteristiche tipiche del picchiaduro giapponese, ha un sistema di controllo perfetto. Nel senso che è abbastanza semplice da riuscire a farti giocare senza farti venire voglia di prendere a testate il televisore, ma abbastanza profondo da lasciare ampio spazio di manovra a chi gioca a livelli pro. Ah, poi è davvero zarro. Ma questo, forse, l’abbiamo già detto.