Habemus Papam

di Caterina Balducci

Recensioni
Habemus Papam

“No, il dibattito no!” è una leggendaria citazione morettiana (Io sono un autarchico). Ma come sottrarsi al vituperato dibattito, non appena Moretti firma un nuovo film?

E dunque, fresca di visione, apro anche io il mio modesto dibattito.

Stavolta sono entrata in sala del tutto impreparata: ho ignorato qualunque recensione e intervista preventive, e consiglio anche a voi di farlo. Perché Habemus Papam è un film che, pur non offrendo veri colpi di scena, tiene in qualche modo con il fiato sospeso, visto che non si ha idea di come finirà.

La prima impressione è che si faccia beffa di tutti e due i temi su cui poggia – il papato e la psicoanalisi – motivo per cui, almeno il primo, i teocon invitano al boicottaggio. C’è qualcosa di molto caricaturale nel modo in cui viene rappresentato il conclave. Dai tornei di scopa a quelli di pallavolo, improvvisati dallo psicoanalista per far fronte alla reclusione forzata insieme ai cardinali, i toni sono leggeri e scanzonati. Si ride molto, con battute che diventeranno mitiche (“Palla prigioniera non esiste più da cinquant’anni!”); si prega poco, nonostante i cardinali siano in ritiro; si aspetta, con quella pazienza tipica dei fedeli.

Lo psicanalista tratta con affetto e superiorità questi cardinali-folletti, li intrattiene, intrattenendo anche se stesso. Tuttavia, sotto quest’apparente leggerezza, trovo che emergano aspetti ben più ingombranti, su tutti uno: quello umano. Questo film ruota intorno all’umanità del suo protagonista e a quella di chi lo circonda. Ho appena scoperto che la pellicola è stata denunciata dal sito Pontifex perché disonorerebbe la figura dell’attuale Papa. Innanzitutto ilPapa morettiano non ricorda in nulla quello ratzingeriano, inoltre credo che proprio la sua umanità, così esposta e così fragile, abbia il pregio di avvicinare lo spettatore a una figura che di solito è quasi super-umana. Il protagonista è insicuro, malinconico e intrappolato; ma, soprattutto, fermo. Vorrebbe andare avanti e gioire dell’occasione che la vita gli ha dato ma non ce la fa. Esita, è tormentato dal dubbio, persino quando deve prendere una decisione facile come lo stemma del suo pontificato. E in questo assomiglia a ognuno di noi. Quando si confonde nella folla distratta, quando auspica l’anonimato mentre tutti si aspettano qualcosa da lui… A ognuno di noi è capitato di sentirsi così, la vera differenza è che lui è il papa. E per tutta la durata del film persIno noi, che stiamo dalla sua parte, siamo in attesa di un gesto, un qualunque gesto da parte sua…

Oltre all’ incredibile maestria nel descrivere la fragilità umana del protagonista (ma, in fondo, anche dei cardinali, quasi tutti affetti da piccole nevrosi), non mancano i momenti topici, come quello – sulle note di una memorabile Mercedes Sosa – in cui i cardinali credono che il pontefice abbia ritrovato il vigore di un tempo e in cui quest’ultimo capisce invece di essere sempre stato a disagio con la sua vita; o quando la proclamazione ufficiale del nuovo papa viene improvvisata nel piccolo teatro dove si era rifugiato, nei panni di un uomo qualunque.

Più ci ripenso e meno capisco perché questo film debba essere osteggiato dai cattolici oltranzisti: non era stato proprio il beato Woityla a dichiarare, nel suo primo discorso ufficiale, “Se mi sbaglio mi corriggerete?”.

Può darsi che anche lui fosse più insicuro di come lo dipingevano…