Humandroid

di Michele R. Serra

Recensioni
Humandroid

Vero, non è proprio originalissima, la premessa di Humandroid, l’ultimo film di Neil Blomkamp. L’idea di un futuro prossimo (anzi vicinissimo) in cui la polizia è composta da androidi non è proprio-mai-vista. Però abbiamo fiducia in questo regista sudafricano ormai stabilmente esportato a Hollywood che fa – almeno per ora, nella sua carriera – solo film di fantascienza. Pellicole che a raccontarle sembrano già sentite, e poi invece a vederle sono strane e diverse.

Humandroid, già il titolo fa capire un po’ di cose. Tra l’altro, più o meno in tutto il resto del mondo si chiama Chappie, perché così si chiama il protagonista-robot. Ma in italiano suona male, almeno per chi aveva un cane negli anni Ottanta

Insomma, è facile capire perché il film i distributori di lingua italiana l’hanno intitolato Humandroid e non Chappie. Ma un titolo in fondo non cambia molto. Quello che può cambiare le cose è lo sguardo di un autore come Neil Blomkamp, che – dicevamo – ama fare le cose un po’ strane: qui ha, tipo, messo in piedi un mash-up di Robocop e Tre scapoli e un bebè.

Sembra già abbastanza strana, come idea, no? Bè, adesso aggiungeteci un carico da Novanta, cioè il seguente. Allora. A Neil blomkamp piace girare nella sua terra natìa, e quindi il film è ambientato a Città del Capo, la capitale del Sudafrica. E fin qui, ok. Ma si tratta di una Capetown super-rap, in cui a dettare legge sono le gang criminali, con i gangster che sparano hip hop a palla dai finestrini delle jeep, hanno troppe catene d’oro e un sacco di tatuaggi stupidi. Per trovare degli attori che si adatatssero bene a questo ambiente, il regista ha scritturato entrambi i componenti di Die Antwoord, vale a dire l’unico gruppo rap sudafricano famoso nel mondo, e anche uno dei gruppi rap più strani del mondo. E mica fanno una particina, no: sono tipo i protagonisti. Insieme al robot.

Tra l’altro, i due Die Antwoord si presentano sullo schermo con i loro nomi veri (da rapper), con le loro facce, cioè senza trucco e parrucco, e con i vestiti che usano normalmente negli spettacoli. Addirittura con le magliette del loro gruppo, in un cortocircuito estremo… Si vede che Neil Blomkamp è proprio un loro fan.

Intendiamoci, Humandroid è un film tutt’altro che perfetto. La storia è a dir poco infantile, con dei buchi grandi come una casa. La sceneggiatura dà l’idea di voler parlare di temi esistenziali, politici e perfino religiosi di quelli pesanti, però poi non lo fa: li lascia lì, sospesi. Nonostante questo, nelle due ore di durata di Humandroid ci sono un bel po’ di scene che ti rimangono in testa. Un bel po’ di cose strane. L’avessi visto da bambino, negli anni Ottanta, non l’avrei dimenticato. Però oggi sembra un po’ in ritardo sui tempi…