I jeans di Bruce Springsteen

di L'Alligatore

Recensioni
I jeans di Bruce Springsteen

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani è il primo libro di Silvia Pareschi, uscito da qualche settimana per l’editore Giunti. Un libro tra sogno (nell’accezione più ampia, cioè anche di incubo) e realtà, racconti di vita vissuta e racconti di fantasia, ben mischiati, tanto da non farti capire dove finiscano i primi e inizino i secondi. La Pareschi conosce bene gli Usa, vive con il marito Jonathon Keats, artista e scrittore anche lui, per metà anno nella tanto mitizzata San Francisco e per l’altra metà in Italia. Insegna italiano negli Usa e ha tradotto i maggiori nomi della recente letteratura statunitense (da Johnatan Franzen a Don DeLillo, Corman McCarty, Zadie Smith). Conosce bene quel paese, tanto da poterlo criticare a ragion veduta: dalla mensa dei poveri ai dentisti più cari del pianeta, dall’incubo Katrina ai più strani e divertenti tipi di religione, e poi una splendida residenza per artisti con pericolosi puma nei paraggi, gay vestiti da suore a eleggere il Cristo più bello ogni Pasqua nella libertaria San Francisco, appartamenti sempre più cari nella stessa città e … Bruce Springsteen, anzi i suoi jeans. Pare che la Pareschi, in un viaggio negli States da ragazzina, sia riuscita a entrarne in possesso – conoscendo il suo sarto, probabilmente. Una storia vera, ammantata di mito.

Come è nato I jeans di Bruce Springsteen?

Mentre ero ospite nella residenza per artisti californiana di cui parlo nel racconto Puma. Ispirata dalla natura selvaggia che mi circondava, ho deciso di scrivere una storia sull’invisibile ma pericoloso predatore che si aggirava da quelle parti. Soddisfatta di quel racconto, ho pensato di andare avanti e scriverne altri, riprendendo e rielaborando alcune storie che avevo raccontato sul blog e su varie riviste online, e aggiungendone altre inedite, prima fra tutte quella sull’uragano Katrina.

 

Il titolo del libro è anche il titolo del racconto finale. Tu hai veramente i jeans di Springsteen? A leggere il racconto sembrerebbe di sì …

Certo che li ho. Sono stati appesi per anni alla parete della mia stanza, poi li ho messi dentro una scatola e li conservo come una reliquia, anche se in realtà non ho mai saputo davvero se fossero appartenuti a lui oppure no … di recente ho anche avuto l’occasione di scoprire la verità, ma ho preferito lasciare che la storia rimanesse avvolta nelle nebbie del mito.

 

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Alcuni racconti sembrano dei reportage, altri, tipo Katrina, pura finzione letteraria, pur partendo da un fatto vero …

Nei racconti ci sono molti spunti autobiografici, a volte diluiti o alterati con una dose di finzione. Anche quella di Katrina è una storia vera, capitata non a me bensì a due miei amici che me l’hanno raccontata. Sulla struttura di quella storia vera ho poi innestato particolari che ho trovato in vari libri dedicati alla catastrofe, e poi di nuovo un po’ di finzione.

 

Nel sottotitolo si parla di sogni, ma ci sono anche degli incubi. Il Sogno americano resiste solo nel mito? Anche nella San Francisco dei beat è così?

Da anni ormai si parla della morte del Sogno Americano, dell’idea, cioè, che gli Stati Uniti offrano a tutti la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita grazie al duro lavoro, al coraggio e alla forza di volontà. Da quando la classe media ha cominciato a scomparire, negli Usa come in Europa, in seguito alla crisi economica che ha avviato il processo tuttora in corso di polarizzazione della società fra ricchi e poveri, anche il Sogno Americano ha subìto gravi contraccolpi. Il debito studentesco, i costi insostenibili della sanità privata, la difficoltà di andare in pensione, sono tutti segni di grave sofferenza della classe media, quella che credeva nel Sogno e che oggi lo vede sempre più trasformarsi in un incubo. San Francisco non è più beat da ormai cinquant’anni, nel frattempo è stata molte altre cose, e oggi è all’avanguardia di quel processo di polarizzazione: una città sempre più oscenamente divisa tra ricchissimi e poverissimi.

 

La copertina risplende dei colori della bandiera americana, ma l’auto è arrugginita. È un caso? Come è stata scelta questa foto?

La foto è stata scelta più che altro per la sua visibilità, ma a me piace pensare che qualcuno dall’occhio attento noterà la ruggine sulla carrozzeria …

 

Come è stata la presentazione al Salone del Libro di Torino? … altre presentazioni passate e future da ricordare?

La presentazione di Torino è stata molto stancante ma anche emozionante. Stancante perché dopo un pomeriggio di interviste in mezzo alla cacofonia del Salone facevo fatica anche a ricordarmi come mi chiamavo, emozionante non solo perché è stata la prima, ma anche perché sono stata presentata da un bravissimo scrittore e abile intervistatore come Fabio Geda, che mi ha messa a mio agio e mi ha persino consentito di divertirmi. Da quel momento ho scoperto che presentare il mio libro mi piace, mi piace parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei lettori, che sono sempre interessanti. Mi piace un po’ meno firmare le copie, perché ho una calligrafia orribile.

 

Nel tuo blog hai scritto di volerti dedicare ora alla tua grande passione, che è tradurre. Questo vuol dire che dovremo attendere molto per leggere un tuo nuovo libro?

A meno che non salti fuori il benefattore che invoco a tutte le presentazioni, quello che mi finanzierà per andarmene in giro per un anno negli Stati Uniti a studiare le innumerevoli e affascinanti religioni di quel grande paese, temo proprio di sì!