Il desiderio di essere come tutti (non dura per sempre). Francesco Piccolo

di Caterina Balducci

Recensioni
Il desiderio di essere come tutti (non dura per sempre). Francesco Piccolo

Sui giornali, sui social network, in tv, alla radio, nei salotti non necessariamente buoni, se per “salotti” valgono anche le telefonate tra amici o la pausa pranzo tra colleghi. Un po’ autobiografia, un po’ saggio, un po’ romanzo…

È tutti questi generi mescolati – ad arte – insieme. È una storia personale che si intreccia a quella pubblica, per l’esattezza, a oltre quarant’anni di storia italiana. Ed è questo continuo intrecciarsi tra pubblico e privato a tenere in piedi la narrazione: ci sono dei fatti pubblici, spesso tragici, che sfiorano il privato o addirittura lo migliorano. Piccolo non ha nessun pudore nel confessarci che i giorni vissuti da ragazzino dopo il terremoto dell’Irpinia (di cui nella sua città, Caserta, si avvertirono effetti meno gravi) sono stati tra i più belli della sua vita, perché la sua casa – tra le più sicure – era diventata un porto aperto dove chiunque poteva transitare, rifocillarsi, trovarsi. Altro punto di forza del libro: la franchezza con cui l’autore rilascia dichiarazioni scomode. Sulla politica, sui sentimenti, sulla vita. Il suo istinto naturale a schivare il pubblico, a non esserne investito, non sempre lo preserva. La leggerezza con cui, da ragazzo, regala a Elena (compagna di liceo ultrapoliticizzata) per San Valentino un pupazzetto di Snoopy avvolto in un foglio di carta rosa gli costerà davvero cara e gli farà perdere per sempre l’innocenza sui rapporti con l’altro sesso. Elena lo condanna per una trovata così frivola mentre nel mondo impazzano guerre e ingiustizie, rifiuta il regalo e rifiuta lui. Di Elena rimarranno le letture importanti e l’educazione politica ma anche una ferita difficile da rimarginare. Dopo anni di vendetta nei suoi confronti attraverso la disonestà con altre donne, l’approdo sarà a una compagna – nonché futura moglie – che ha fatto della sdrammatizzazione la sua filosofia di vita. Non sappiamo il suo nome, ma solo il soprannome che la connota: CheSaràMai. “Che sarà mai” rispetto a tutto è un approccio alla vita contagioso e che genera dipendenza. Che sarà mai di fronte a tutte le avversità che ci capitano. Che sarà mai se Berlusconi ha vinto le elezioni, che sarà mai se litighiamo, ci tradiamo e ci ritroviamo. L’autore non può, né vuole, farne a meno perché la sdrammatizzazione è rassicurante e avvolgente. E, di nuovo, non ha pudore nell’ammettere – da adulto – che non riesce a farsi carico delle guerre lontane, né dei soprusi dell’umanità. Tra le tante citazioni extratestuali disseminate, forse la più potente è quella che riguarda un famoso racconto di Raymond Carver (ripreso a sua volta da Altman in “America Oggi”), in cui i personaggi sono davanti a un dilemma etico enorme, e cioè se proseguire il loro agognato week end di pesca insieme fingendo di non aver visto il cadavere di una ragazza vicino a un fiume. La ragazza oramai è morta, forse non fa una grande differenza denunciare il fatto alla polizia subito, si potrebbero rispettare i piani della gita e occuparsi poi del caso. Carver non emette sentenze, resta al lettore sopportare il peso della scelta che i pescatori faranno (tornare sul luogo del ritrovamento solo dopo quattro giorni): per Piccolo, che è stato ugualmente un lettore di questo racconto, e per gli sviluppi che avrà la vicenda, Carver ci insegna che spesso possiamo e riusciamo a convivere con segreti molto ingombranti, e scendere a compromessi scomodi per la salvaguardia nostra e di chi ci sta accanto. Come a stabilire, una volta di più, che il privato è chiuso, egoistico e incoerente, cosa che il pubblico non dovrebbe essere ma che molto spesso è. Tornando alla politica, il libro – si diceva – ripercorre i fatti cruciali degli ultimi quarant’anni di storia italiana, dal rapimento Moro all’era del berlusconismo. Dal compromesso storico avviato da Berlinguer e Moro alla discesa in campo di Berlusconi nel ’94. Il tutto, come sempre, attraverso la lente personale dell’autore, che decide di diventare comunista dopo aver visto in campo il grigiore delle divise dei giocatori della Germania Est (e quindi per solidarietà con loro) e, più sottilmente, per contrasto con il padre conservatore; lente che racconta la fascinazione e l’amore per Berlinguer nonché l’ossessione per la figura di Berlusconi, arrivata al culmine durante la stesura della sceneggiatura del “Caimano” insieme a Nanni Moretti. Se c’è una conclusione a questo quasi-memoriale è che l’età adulta si porta appresso un notevole vantaggio: arrivare a certe acquisizioni su di sé e sul mondo foriere di serenità. Una su tutte che, diversamente da quando si è giovani, non c’è più quel bisogno ostinato di appartenenza, né di manicheismo. Non è detto che quelli di destra siano tutti cattivi e immorali così come quelli di sinistra tutti buoni e integri. Non è detto che il bisogno di Elena di farsi carico dei mali del mondo (che rievoca la Barbra Streisard di “Come eravamo”) sia meglio della superficialità di Chesaràmai. Crescendo si spegne quasi del tutto il desiderio di essere come tutti. E tutto diventa più semplice.