Il drago invisibile

di Michele R. Serra

Recensioni
Il drago invisibile

Un bambino cresciuto nella foresta l’abbiamo visto spesso sullo schermo negli ultimi tempi. Però questo non è né Mowgli, né Tarzan, bensì Pete, il protagonista dell’ultimo film Disney che si intitola Il drago invisibile. E che è un remake. Anche di remake ne abbiamo visti a bizzeffe negli ultimi tempi. Però detto questo, fatte salve le solite polemiche su Hollywood che continua a raccontare le stesse storie, che si è ormai avvitata sul suo ombelico, bè… il film è bello, quindi va bene così.

Cominciamo dall’inizio. Chi è Elliot? Non spoileriamo nulla, se diciamo che è un drago. Un drago verde. Però anche molto animalesco, canino (assomiglia un po’ al Falcor della Storia infinita). Non è uno spoiler, dicevamo, perché non c’è nessun mistero: non solo perché il drago è nel titolo di questa storia scritta negli anni Settanta dal grande sceneggiatore Seton Miller (l’ultima della sua vita, tra l’altro). Ma anche perché il regista di questa versione 2016, che si chiama David Lowery, non se la mena: mostra il drago già dopo i primi cinque minuti. Che è una buona idea, perché il drago è, in una parola forse abusata, meraviglioso: sarà pure solo un mucchio di pixel, ma sullo schermo è perfino più vero del mondo che lo circonda.

Il drago deve essere la cosa migliore del film, e lo è. Al suo confronto gli umani sembrano molto più legnosi, di plastica, nonostante il cast sia composto di attori tutt’altro che di secondo piano, tipo Bryce Dallas Howard o Robert Redford, tanto per dire.

Il punto è che tu, che sei lì che guardi il film, quando ci sono le scene di dialogo tra i personaggi reali non vedi l’ora che passino in fretta, e che torni il drago. E quello torna, per fortuna.

La trama è semplice: un ragazzino viene coinvolto in un incidente, perde i genitori, ma trova un drago. E nonostante il drago sia grande e grosso, alla fine è il ragazzino che deve proteggerlo dal resto del mondo. Non ci sono particolari spiegazioni, è così e basta.

E il bello di questa storia è proprio che viene raccontata con la giusta leggerezza. Non c’è bisogno di troppi drammi, perché in fondo questo è un film che vuole essere di conforto, e in qualche modo ci riesce. Un lavoro complicatissimo per ottenere la semplicità.