Il frutto della conoscenza

di Laura Giuntoli

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Il frutto della conoscenza

Del corpo delle donne si è sempre parlato e scritto parecchio, è stato rappresentato in infiniti modi, è stato demonizzato e divinizzato, coperto e denudato a seconda delle culture e delle epoche storiche. Liv Strömquist, fumettista svedese e attivista femminista, attraverso il buonsenso, la logica e un bel po’ sarcasmo, riporta il discorso sul corpo femminile alla sua essenza, spogliandolo di ogni tabù e preconcetto. Lo fa con un libro interessante, politicamente scorretto, un piccolo caso editoriale che in Svezia ha venduto 40.000 copie, prima di essere tradotto in 14 paesi, tra cui l’Italia con Fandango libri. In effetti, Il frutto della conscenza ha in sè qualcosa di nuovo, che resta impresso nella mente di chi lo legge per forma e sostanza. Nella forma è un saggio a fumetti ironico e dissacrante, fatto da vignette semplici e immediate sul corpo della donna e su tutto quello che da sempre ci gira intorno. Nella sostanza racconta in modo pop il fatto che dagli albori della civiltà il ruolo della donna nella società è strettamente legato alla percezione che si ha del suo corpo. Cioè il modo in cui una donna è rappresentata in una certa cultura determina ed è determinato dal suo ruolo nella società. Che detto così suona difficle, ma Liv ce lo racconta facile facile, con degli esempi esilaranti. Sì, perché dalla notte dei tempi quello che le donne hanno tra le gambe ha occupato ossessivamente i pensieri di filosofi, medici, pensatori, religiosi, tutti rigorosamente maschi. Dagli inquisitori a Jean Paul Sartre, da Santa’Agostino a Freud, molti si sono affannati nel descrivere attraverso l’inesorabile sguardo maschile il corpo femminile. E, secondo Liv, non ci hanno capito nulla. 

 

Anzi, tra teorie strampalate e fantasiose operazioni chirurgiche, tutti questi personaggi hanno cercato con la religione prima e con la scienza poi, di giustificare il ruolo marginale a cui le donne erano relegate nella società. Questo è il punto cruciale. Seguendo questo filone, Liv propone un excursus storico e filosofico sul corpo femminile toccando vari temi:

Anatomia e rappresentazione dell’organo sessuale. Ad esempio, di com’è fatto ne sappiamo davvero qualcosa da solo 20 anni, e la sua rappresentazione spesso è ancora censurata.

– L’orgasmo. Tanto per capire di cosa parliamo, il dottor Kellog – sì, proprio lui, quello dei cererali – nel tempo libero aveva un passatempo, o come dice Liv “era OSSESSIONATO dall’impedirte alle donne di toccarsi”:

 

– e poi il tabù più tabù di tutti: LE MESTRUAZIONI. Qualcuno – scrive Liv- sostiene addirittura che la parola tabù derivi dal polinesiano “Tupua” che significa proprio “mestruazioni”, ma anche anche “sacro”.

– E, ça va sans dire, la SPM, anche detta sindrome premestruale. Che se vivessimo in un matriarcato sarebbe considerata un periodo di estrema sensibilità, intelligenza e acume, uno staus elevatissimo, come lo spleen dei romantici dell’800.

Ma le cose non sono sempre andate così. Quando questa fascinazione per l’organo sessuale femminile ha inizio, nell’epoca preistorica, il patriarcato non si è ancora imposto come sistema sociale. Il corpo della donna è avvolto da un’aura di magia, le parti intime femminili sono rappresentate come portartici di buon auspicio e di fertilità. Nella Bibbia, invece il corpo femminile è impuro e la donna è peccatrice, insomma la solita vecchia storia di Eva e del serpente, e del frutto della conoscenza che da il titolo al libro. Ecco cosa ne pensa Sant’Agostino:

… E avanti, passando dal’illuminismo, in cui la sessualità femminile è descritta come debole o inesistente, al contrario di quella maschile che è forte e incontrollabile, preconcetti che valgono ancora ai giorni nostri. 

 

Il punto secondo Liv è che da sempre ogni elemento legato alla sessualità e al piacere sessuale femminile è costituito in relazione al corpo, alla sessualità e al piacere maschile. Ma mai in quanto tale. Il frutto della conoscenza invita tutte le ragazze a prenderne consapevolezza. Per farlo è utile una metafora dello psicanalista Bruno Bettelheim, che vede nella fiaba de “La bella addormentata” il passaggio dall’infanzia all’adolescenza scandito dall’arrivo del ciclo mestruale. Sulla principessa viene lanciata una maledizione: quando diventerà adolescente si pungerà con un fuso, inizierà a sanguinare e si addormenterà. Insomma, La Bella Addormentata è semplicemente un’adolescente svogliata a cui viene il ciclo, come tutte noi. E, visto che quando si sveglia nella fiaba tutto va per il verso giusto, ci insegna che “un lungo periodo di quiescenza, di conteplazione e d’introspezione può produrre e spesso produce i massimi risultati” (Bettelheim Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe p.218).

Capito? La bella addormentata non dorme, pensa!