Il meglio dell’indie italiano per iniziare bene il 2013 1

di L'Alligatore

Recensioni
Il meglio dell’indie italiano per iniziare bene il 2013 – 1

King of the Opera, Nothing Outstanding


Disco dell’anno, anche se la definizione potrà essere riduttiva ed ultimativa, dire tutto e niente. Di sicuro, l’esordio con questo nuovo nome per Samuel Katarro (con i fidi Wassilij Kropotkin e Simone Vassallo), è un disco che non lascia per nulla indifferenti. Psichedelia si potrebbe buttar lì per rendere l’idea, anzi, un viaggio acido nell’insensatezza della vita umana, dalla felicità iniziale allo smarrimento finale, attraverso colpi lucidamente sempre più duri.
Dall’intro estatico “Fabriciborio”, scritto  dal giovane toscano alcuni anni fa, dolce, allucinato/allucinante ma sempre positivo, si arriva al barrettiano risveglio conclusivo di “The Halfduck Misery”, che scimmiotta il titolo dell’ultimo album a nome Samuel Katarro, per allontanarsene, forse, definitivamente. Sono i poli di un album diviso in due come una mela, lato A e lato B. Non a caso il cd è nero come i vecchi dischi in vinile.
Ascolto dopo ascolto si apprezza di più il lato A, ma sono le canzoni del lato B quelle che restano maggiormente impresse. La title-track è il pezzo di confine, con una recitazione “a togliere” (cinque minuti dove succede di tutto, a dispetto del titolo), poi inizia davvero il lato hard-rock, con “Heart of Town” si spalancano le porte della percezione, le chitarre si impennano, “Nine-Legged Spider” sembra musica componibile (si veda il nome della label) sprizzata di acidità, gli otto minuti e passa di “Pure Ash Dream” con violino a torturare, ritmo e voce lontana, è puro psico-rock.
Un album pieno zeppo di suoni/voci/rumori. Nothing Oustanding? Non direi.   

King of the Opera, Nothing Outstanding – La Famosa etichetta Trovarobato/Audioglobe, 2012
facebook.com/kingoftheopera
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Francesca Lago, Siberian Dream Map


Francesca Lago è una delle nostre voci più importanti, autrice di un rock sognante, sofisticato, personale. Ama fare le cose con il giusto tempo, le giuste persone, nei luoghi giusti. Era dal 1997 che attendevamo un suo full lengh, è emigrata in Svizzera per regalarci questo sogno. Nel Canton Ticino ha incontrato la On the Camper Records, e dopo l’ep “The Unicorn” del 2009, è finalmente uscito questo “Siberian Dream Map”.
Il suo disco è una mappa per l’onirico e il siderale, come mi ha detto scherzando sul mio blog. Uno scherzare che ha del vero, perché i dodici pezzi dell’album sono un’ininterrotta sinfonia rock di algidi momenti idilliaci. A creare questa atmosfera, in primo luogo la straordinaria voce di Francesca, la sua chitarra, è il violoncello di Zeno Gabaglio, talento svizzero pure lui, il cui tocco dona a “Siberian Dream Map” un’eccentricità stile cinema di Wes Anderson, unica nel nostro panorama musicale.
Direi disco dell’anno, ma è del 2011, l’ho ascoltato quest’anno, però ne sentiremo parlare anche il prossimo (lo porterà in giro per l’Europa a partire dalla Germania, dove uscirà per la label T3 records). Francesca va piano, per questo andrà lontano…

Francesca Lago, Siberian Dream Map – On the Camper Records, 2011
francescalago.com 
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Grimoon, Le déserteur


Ho molto ascoltato questo disco nel corso del 2012, l’ho ascoltato per la musica e i suoi contenuti, molto vicini ai miei ideali. Si pensi solo alla quasi title-track “Monument aux déserteur”, esplicito omaggio al disertore, al quale i Grimoon propongono un monumento. La loro canzone è un monumento, anzi tutto questo disco lo è.
La cantante e tastierista della band, Solenn Le Marchand, l’anno  prima di registrare l’album, ha avuto una lunga conversazione con la nonna, che le ha parlato dello sbarco in Normadia. Questo ha influenzato molto le sue canzoni, scritte come sempre insieme ad Alberto Stevanato, ed è stato naturale parteggiare per chi è per la pace.
Forti i contenuti, quanto dense le atmosfere. Dall’intro “Les couleurs de la vie”, triste e suggestivo, con l’ospite di riguardo Enrico Gabrielli ai fiati, alla conclusiva “Tango de guerre”, dove si balla per dimenticare, è tutto un continuo di emozioni forti. Difficilissimo scegliere uno degli otto pezzi, oltre a quelli già citati. “La montagne noire”?, corale e densa, con uno stupendo incontro violino/chitarre. “Le démons du passé”?, con il suono celestiale della fisarmonica suonata da Solenn per narrare dell’infanzia. “Drawn on my eyes”?, primo pezzo interamente in inglese, dilatato/dilatante, con ancora Gabrielli al clarinetto, timpani e sega musicale di Pall Jenkins, dei Black Heart Procession, produttore artistico de “Le déserteur”.
Copertina e disegni interni di Camille Meslay, perfettamente in linea con la musica: un uomo nudo, deforme, e sconvolto, come la natura attorno a lui, in un universo grigio e impoverito, tipico della guerra. Per questo, meglio disertare tutti, disertare in tanti.

Grimoon, Le déserteur – Macaco Records/Audioglobe, 2012
grimoon.com 
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Paolo Rigotto, Uomo bianco


Copertina emblematica del momento storico che stiamo vivendo e della forza provocatoria di questo cantautore di Torino, con uno spiccato senso del sarcasmo e dei giochi di parole che sono delle vere delizie. Come mi ha spiegato nell’intervista sul mio blog, il più delle volte, musica e parole, nascono nello stesso momento
Serietà e impegno convivono allegramente con pagliacciate e scherzi da bambini a partire dal breve intro “Venire al mondo”, per passare allo scatenante ballabile rock “È successo”, a “La lingua”, inno dedicato all’organo con il quale parliamo (da leggere il testo, sembra un classico). Perfetto “Quasi Quasi” nel suo andamento a zig zag, con momenti scatenati e altri più riflessivi, mischiando storie personali a battute di satira politica, politicissima la title-track “Uomo bianco” con ironie sulla pelle non da poco (partendo sempre dal proprio vissuto).
Seconda uscita, dopo l’esordio a nome Paolo Rigotto dello scorso anno (era già attivo in altre band dell’area piemontese), conferma di un talento inimitabile, un giocoliere delle parole, un clown consapevole della Storia e del suo intrecciarsi con le storie.

Paolo Rigotto, Uomo bianco – Contro records, 2012
rigotto.it
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Devocka, La morte del sole


Un disco notturno a partire dal titolo “La morte del sole”, perfetta metafora, anzi, discorso diretto, a tratti nietzscheano a tratti freudiano, sulla morte dell’Io, sul ripetersi degli stessi schemi e stessi ruoli. Insomma, un disco pesante (nel senso di pensiero forte) e pensante (nel senso che è stato pensato per bene) e anche pestante (anche se il noise della band ferrarese si è un po’ attenuato rispetto ai suoi inizi).
Undici pezzi di rock italico che partono a razzo con la programmatica “Morte annunciata dell’io”, dalle belle chitarre e da un ritmo in salire che ben rappresentano il nuovo stile della band dal post-punk incandescente. Grande il pezzo seguente gridato/impegnato come un nuovo Pier Paolo Capovilla, “Non solamente un’apertura mentale”,dalle parole gridate e impegnate come un buon Pie poi possenti in “L’amore”, letterati in “Cagne”, dal testo bello, come dei giovani scrittori arrabbiati e un po’ pulp, ginnici e molto Devocka primi cd nell’intensa e ben ritmata “Carne”, ironici sul sado-maso di oggi in “Tecnologici” (pezzo tra il vecchio e il nuovo loro corso). Title-track dal sapore di alternative di casa nostra, che può conquistare e incendiare i palchi.  
Registrato quasi tutto in orari notturni e anche oltre, come le quattro del mattino, al Freddy Krueger Studio di Ferrara con Samboela (già collaboratore de Le Luci della Centrale Elettrica), è un disco per chi ama la notte e il buio, per cercare di fermare gli incubi della mente.

Devocka, La morte del sole – I Dischi del Minollo/Audioglobe, 2012
devocka.it
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Nicoletta Noè, Il folle volo


Da Lodi, una nuova bella voce nel panorama femminile, con tante cose da raccontare. Questa, in poche parole, Nicoletta Noè, e il suo primo disco, “Il folle volo”, un concentrato di emozioni e prese di posizione forti, quelle giuste per provare a vivere oggi. Una carrellata di temi personali, accanto ad altri più universali, con varie sfumature musicali e una certa ironia.
“Il folle volo”, cioè quello di uccellini alla prima prova, inconsapevoli di come sarà, ma costretti a farlo, per curiosità, per necessità. Metafora della fragilità umana, per una perfetta canzone dal gusto alternative-pop-song. Perfetta per dare il titolo all’album, ma lo sarebbe stata anche “Non mi ricordi più”: voce ispiratissima per una sorta di “Canzone dell’amore perduto” dei nostri tempi, con la magia di un carillon trovato per caso in studio. Stupenda anche “La verità stretta”, non a caso messa all’inizio, con quel vino rosso tra Ciampi e Cesare Basile, o la politica-poetica “Oh padrone”, fortissimo rock nei suoni e nelle parole, o “Non è tardi” voce/chitarra che sembra un classico  al primo ascolto.
Sensuale, rock, a tratti classicheggiante, è nata una nuova cantautrice italiana: Nicoletta Noè, la bella voce di Lodi.

Nicoletta Noè, Il folle volo – Liquido records/Venus, 2012
http://www.nicolettanoe.com/
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Dee Lei, Dee Lei


Dee Lei come Dee Dee Bridgewater, come Dee Dee Ramone, come Dee Snyder, come l’onomatopeicità di delay, l’effetto più usato da uno dei chitarristi del gruppo. Nasce da qui il nuovo nome dei Malaparte, che si presentano con questo omonimo primo cd costituito da dieci originali pezzi cantati in italiano.
Un album color carta da zucchero, una riga rossa e il nome della band poco sotto la sua metà. Semplice e diretto, come le canzoni in esso contenute, sia nella tematica, sia nel limpido suono, che deve aver colpito Paolo Benvengù, loro produttore artistico (pure voce/chitarra in alcune canzoni). Canzoni che sono “un misto di criterio ed istinto”, cosa imparata dal mitico Benvegnù, mi hanno detto nell’intervista nel mio blog.
Melodie per niente banali, storie (la scoperta di un amore e la sua fine, da parte di un adolescente, con chitarre sempre più rabbiose per “È finita l’estate”), Storia (un eccidio nazista a Figline, nella loro Prato per la dolente “Libertà appesa”), il ricordo di un film (“Mare Blu” da Le Grand Bleu, di Luc Besson, ecologia per corpo/mente), il ricordo della fuga di Natasha Kampush, dopo tremilaenovantasei giorni di prigionia (“Luna” senti la fuga nei suoni, scelte con cura le parole).
Pop e malinconici quanto basta …tutto il resto e rock’n’roll.
Dee Lei, Dee Lei – Rogues Records/Audioglobe, 2012
facebook.com/noi.malaparte
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