Il Rap spiegato ai bianchi

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
Il Rap spiegato ai bianchi

L’altra settimana non stavo bene in Italia, precisamente vicino alla città di ***. Frattanto che stavo male, sono andato a sbattere nelle parole di Mark Costello e David Foster Wallace, ossia nel loro saggio Il rap spiegato ai bianchi, pubblicato da una casa editrice che si chiama minimum fax.
Il libro su cui sono incappato riposava in una piccola libreria privata, e forse non aveva per niente voglia di finire tra le mie mani; purtuttavia  ci è finito, cosicché, sfogliandolo, sono venuto a conoscenza del fatto che i due autori si chiedono per quale motivo, cioè per quale assurda circostanza, condividono una sfrenata passione per quel certo tipo di musica, o meglio “anti-musica”, chiamata rap: una musica negra fatta da e per gente negra, una musica del ghetto fatta da e per gente del ghetto. In effetti, cosa c’entrano due visi pallidi, che si definiscono più o meno yuppie “consumatissimi consumatori” (come tutti noi da quando il consumo è diventato il primo dei valori), cosa c’entrano due yuppie con questo tipo di musica cazzuta e negra chiamata rap?
Questo libro, scritto nel 1989, prova a spiegarlo. “Il rap spiegato ai bianchi” è una virtuosa analisi sulla Scena rap americana degli anni ’80.
I due autori notano notando che il rap è campionamento, è elettronica, è tecnologia, è scratchare fino al parossismo, è erezione, è parola rappata, è rima, è vera poesia, è arte, ed è soprattutto ghetto. Quaggiù ci sono ancora schiavi del sogno americano che la sera si ritrovano attorno al fuoco a rapparsi storie per evadere dalla loro prigione che si chiama ghetto: esclusione sociale, disuguaglianza economica, povertà. Si rappa per uscire dal ghetto, si rappa per fare soldi soldi soldi, si rappa per consumare consumare consumare, si rappa per Esistere: qui e ora (la musica rap “non conosce il tempo futuro” ma solo il tempo presente).

I rappers neri col cazzo che si ribellano al sistema capitalistico che gli ha rinchiusi nel ghetto, al contrario lo venerano e lo accettano e lo vogliono, anzichenò. La Scena rap rifiuta certi temi come la riconciliazione, la pace, la fede, la spiritualità, la speranza, cari alla tradizione musicale. La Scena rap disprezza “l’ipocrisia speranzoide” della razza bianca. L’ipocrisia, per esempio, dell’etica del lavoro; l’ipocrisia di cambiare il sistema che governa il mondo; l’ipocrisia di aver bisogno dell’Altro per essere felici, come ce la menano le love songs ( “No more fuckin Rock ‘n’ Roll!”). Nel rap c’è una sorta di rivendicazione del diritto a consumare, i rappers reclamano consumo (ché la libertà è divenuta abbondanza), come gli stati emergenti rivendicano il diritto ad inquinare. Per farcela il rapper ha solo bisogno di un foglio di carta e di un campionamento e di una comunità e di se stesso: una autoreferenzialità della madonna dove l’Io non è più il più lurido di tutti i pronomi.

Il firmamento di questa musica sta sia nella parola rappata che nel campionamento: il solo fatto di pensare di prendere in prestito delle basi musicali di altri senza autorizzazione e rapparci sopra, a me sembra un atto d’incredibile vivacità: il toccasana dei toccasana: il ghetto è vivo! Con il campionamento l’opera d’arte non è solo fruibile passivamente ma pure attivamente.

Consideriamo per un attimo quanto segue: Schoolly D, nella sua canzone che si chiama Signifying rapper, nella quale narra di un regolamento di conti, ha campionato un pezzo dei Led Zeppelin e loro invece di ringraziarlo lo hanno chiamato in giudizio per tutelare la loro motherfucker proprietà intellettuale.
Eppure, se non era per Schoolly D chi se li inculava più i Led Zeppelin?

Campionare fa rima con riutilizzare e non con rubare, campionare fa rima con avanguardia e non con plagiare. Putacaso leggerete questo libro, vi imbatterete nella crew dei De La Soul e non avrete il tempo di cagarvi addosso, perché muoverete il culo al ritmo della loro musica e sarete accolti nella casa del signore senza preavviso, poiché, se la memoria non mi falla, Cristo ha detto più o meno così: “Battitori di tempo io vi riconosco.”
Quanto a me, sono stato bene.

L’introduzione è firmata da Frankie hi.nrg

“Ma tutto ciò che il consumatore bianco di musica rock paga per ascoltare è nero di nascita.”

The Greatest Day in Hip Hop History – September 29, 1998, Foto by Gordon Parks (ispirata a A Great Day in Harlem or Harlem 1958 di Art Kane)