Il Re Leone è un po’ troppo animalesco

di Michele R. Serra

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Il Re Leone è un po’ troppo animalesco

È pressochè inevitabile entrare in sala con qualche pregiudizio, quando si va a vedere uno di questi remake disneyani. Perché insomma, è la solita storia: sono bei ricordi, e nessuno vuole vederseli rovinati.

Questi legittimi timori degli spettatori sono esattamente il motivo per cui il regista Jon Favreau segue soprattutto una regola, nel dirigere questo remake dell’anno di grazia 2019: non cambiare troppo le cose, non fare casino. E in effetti non tradisce in alcun modo l’originale. Poi possiamo discutere sul fatto che magari arrivi all’eccesso opposto, nel senso che a volte sembra proprio che segua il film di 25 anni fa in modo super zelante, inquadratura per inquadratura. Da questo punto di vista, i primi 5 minuti del film sono estremi: se hai visto l’originale, ti prende un senso di déjà vu pazzesco.

Rimane però una differenza importante: non vediamo gli animali disegnati, ma gli animali in carne e ossa, come fosse un documentario. Che poi è invece a tutti gli effetti un cartone animato, perché è tutto costruito con la grafica digitale. Ma questi sono problemi teorici, il punto per lo spettatore è che l’impatto, proprio dal punto di vista tecnico, è davvero fantastico. Detto questo, si tratta di capire se sia meglio o peggio dell’originale. Oppure se la domanda sia, in fondo, senza importanza.

Il regista Jon Favreau aveva già messo in mostra le sue capacità di remakkatore con Il libro della Giungla, che aveva spazzato via le paure degli spettatori anziani con una (appunto) giungla 3D tanto incredibile quanto realistica. Qui compie un’operazione tutto sommato simile, che però soffre sempre dello stesso problema, allo stesso tempo molto teorico e molto concreto.
Dunque: il fatto di optare per un’estetica fotorealistica significa che gli animali sono molto più animaleschi, e un po’ meno antropomorfi. Però questo significa anche che hanno meno espressività, ridono e piangono e si innamorano con espressioni animalesche, che per forza di cose non sono intense (almeno per come le vediamo noi) come quelle umane. Se invece disegni gli animali, beh… le cose possono essere anche un po’ meno realistiche e funziona lo stesso, no? Ancora, questo realismo toglie forza anche alle canzoni: ci sono sequenze nel primo Re Leone che sono davvero dei videoclip, anche un po’ psichedelici; qui invece tutto diventa molto meno fantastico, come se tutto questo sfoggio di tecnica imprigionasse la capacità di far volare la fantasia. Molti classici Disney fatti-a-mano rimarranno un pezzo di storia del cinema anche tra 50 anni, invece questi cloni digitali degli anni Dieci ce li dimenticheremo. Almeno fino al prossimo giro di giostra, fino al prossimo remake. Magari al prossimo avremo capito anche se è il cerchio della vita, oppure solo business.