In mondovisione

di Veronica Janise Conti

Storie di Smemo
In mondovisione

C’è, in una di quelle tante giornate prese a caso, dove il freddo punge le ossa sempre allo stesso modo e dove la nebbia è tanto fitta da essere soffocante ma pure sublime, un momento in cui qualcosa si ferma, o meglio rallenta, deforma il tempo. Un instante in cui, messo da parte l’affanno, il solletico taciuto, la fame di parole, rimangono poche cose a farci sentire viventi e non vivi, viventi. Vivi no, quello non ora.

Passa, la mano fredda sul cartone lucido, come a voler predire, prima di sapere,o conoscere, come a voler cercarci già dentro qualche spiegazione, che di dubbi ne ho tanti, che ho bisogno di poesia nuova ed eterna, ma vorace, immediata, necessaria, e adesso.

Ed è sacro. Quel momento. Poi ascoltare quelle prime note in silenzio, ovattata e nascosta da quel Mondo, tanto cantato quanto distante, pericoloso e pericolante. Ed è sacra, in realtà, ciò che non è fame ma ragione. Mangiarsi il senso di ogni parola che colma il buco di quel bisogno insaziabile di soluzioni.

Si chiudono, gli occhi, che si riaprono. E tutto ciò che guardano è giusto, al suo posto, insaponato da quel rallentare del tempo che smette di essere oblio e diventa risposta e che cambia, ad ogni rima diventa sogno, deviazione di cosa reale.

Così le quattro farfalle trovano casa. Restano a sentire, quella musica dolce e malinconica, e così arrabbiata da essere insopportabilmente vera tanto da schiacciarle a terra, così che le quattro farfalle trovino invece la morte. E quella musica, ad un tratto così libera da farle rimbalzare infine in cielo tra i nuvoloni grigi e carichi di freddo. Musica maestra, musica bambino.

C’è un momento, in una di quelle giornate tutte uguali, dove ti ritrovi, perso, oltre che nella confusione di te stesso, in un luogo qualsiasi, che sia la tua tana o la tua strada, a divorarti le parole di quelle nuove canzoni che ascolti per la prima volta e dopo tanto bisogno. In quel momento rimangono poche cose a farti capire veramente chi sei, o cosa sei. E cioè, finalmente vivo.

Dopo tanti anni e un giorno, quando il mare sembra calmo, vieni fuori ancora tu
con quel nome da straniera, da chi è sempre stata sola
e da un po’ non deve più

(da Tu sei lei, MondovisioneLuciano Ligabue)