Inside out

di Alessia Gemma

Recensioni
Inside out

Sono andata a vedere un film di psicologia, a Milano, allo spettacolo delle 17:20 di un giovedì pomeriggio.

Ero sola, tra una folla di bambini milanesi usciti prima dall’ufficio per l’evento.

Il film di psicologia è un cartone animato, Inside Out.

Gli spettatori erano così piccoli che uno è affogato nella mia vasca dei pop corn. Tanto non stava capendo una fava.

Un piccolo spettatore si è subito adeguato al film di psicologia manifestando disagio con la domanda al padre “Me lo compri?” ad ogni pubblicità, compresa l’auto in pronta consegna a soli 8 mila euro associata al film.

Mi sono dovuta far spiegare delle cose dal manager di 7 anni accanto a me, soprattutto se ci fossero dei riferimenti ad altri cartoni animati. “Macchéeeee” è stato il suo giudizio sprezzante alla mia ignoranza.

Iniziato il film temevo di non sentire niente, e invece nessun bambino ha più fiatato. Allora mi sono chiesta se non si fossero spaventati a morte per questi amabili personaggi che brulicano nelle nostre teste e ci condizionano tutta la vita.

I protagonisti sono:
Rabbia, che finisce in a ma è maschio. Tutto rosso.

Tristezza, donna, apatica, ovviamente triste, cicciottella e dolcissima. La sua pelle è blu, tipo ematoma.

Gioia, donna, capelli corti da sbarazzina tuttofare, frizzante, entusiasta, positiva, su di giri. Drogata? Gioia non ha un unico colore: “deve avere più corpo, più sostanza ed essere più versatile e poliedrica“.

Paura, un uomo, vestito da burocrate, secco, fifone, accorto, tristanzuolo, tutto viola.

Disgusto, una tipa tutta fashion, un po’ snob, tutta verde, anche le sue lunghe ciglia. Una delle cose che le fa più schifo sono i broccoli, anche se sono verdi.

Questi tipetti vivono tutti nel Centro di controllo per mantenere l’equilibrio emotivo di Riley, una bambina del Minnesota. Vivono là da quando è nata. Noi dal pubblico vediamo Riley dentro e fuori. Forte!

Nella prima stesura del film dovevano esserci anche Orgoglio e Speranza, poi sarebbe stata una testolina troppo affollata, quindi li hanno concentrati in Gioia.

Il Quartier generale all’interno della mente di Riley è organizzato in scaffali a scivolo che custodiscono tutti i ricordi sotto forma di sfere colorate, dalla sua nascita fino all’età di 11 anni. Per quelli della mia generazione sembra un po’ di essere nel “Corpo Umano” che guardavamo da bambini. Non tra i globuli rossi, ma tra le emozioni.

Per questo film hanno coinvolto diversi scienziati per definire il numero di emozioni da rappresentare sullo schermo, scoprendo però che è praticamente impossibile definire un numero esatto. Continuavo allora a chiedermi come lo stessero recependo i bambini in sala, cosa stesse succedendo nel loro Centro di controllo.

Non è certo un film sulla malattia mentale, è un film sulla normalità. La curiosità è che per questa normalità si è molto ironizzato negli Usa sul fatto che i problemi di Riley fossero del tutto banali, dei veri e propri “First World Problems” da bambina borghese!

La cosa forte e sofisticata è che si ride grazie a Tristezza, è buffa e alla fine necessaria. La chiave di tutto il film è infatti nella combinazione e rapporto tra Gioia e Tristezza, ovvero la malinconia. E in questo rapporto pari si giochi una questione importante: il posto della passioni tristi nella società del benessere.

Morale della favola: dare fiducia a quella tristona pigra e malinconica di Tristezza, lei è fondamentale per lo sviluppo se controllata da mamma e papà.

Extra: al cinema ero da sola e una bambina accanto a me mi guarda e chiede “tu sei singol come la mia mamma e il mio papà?” 

Tristezza