Intercity Amur

di L'Alligatore

Recensioni
Intercity – Amur

Per chi, come il sottoscritto, segue l’underground italico da anni, i fratelli Campetti nelle loro numerose apparizioni (come Edwood, come Intercity o come Campetty), sono sempre una bella scoperta. Lo sono, nonostante la loro malinconia da timido autunno che si portano quasi sempre dietro. Ora hanno dato alle stampe questo “Amur.” (sì, con il punto), terzo album firmato Intercity, fatto uscire strategicamente il 21 settembre.

Disco brumoso e malinconico, si sarà capito, ma di quella bruma e di quella malinconia da coltivare. Disco stupendo, con testi surreali quanto belli e veri, melodie che incantano, ritmiche sicure. Difficile dire quali canzoni lo rappresentino meglio. Forse la title-track, perché è la title-track, forse “Indiani Apache”, per il titolo e l’acidità che l’accompagna, forse “Tu”, per l’immediatezza pop, forse “Reggae Song”, estiva e autunnale allo stesso tempo (ma sbattiamocene delle stagioni, e diamo un occhio al testo geniale), forse “Un cielo cinghiale”, dal titolo strano e il violino struggente, forse “A”, rock isterico e istrionico, nonsense più impegno…

Brescia non ha oggi tutti quei gruppi di un tempo, e le Indie italiche sono diffuse un po’ dappertutto, ma ci sono dei gruppi che tengono alto il nome della leonessa d’Italia; gli Intercity, per esempio.