#Intervista a Gianluca Morozzi

di Laura Giuntoli

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#Intervista a Gianluca Morozzi

È uscito l’ultimo romanzo di Gianluca Morozzi, detto Moroz, e questa volta si tratta di un’autobiografia. Genere che interpretato dallo scrittore bolognese diventa una chiacchierata al bar con l’unica rockstar del fumetto italiano Andrea Pazienza, perché “Tu hai vissuto a Bologna come me. Tu non ci sei più. Io sì. Io porterò la fiaccola al posto tuo, ché non lo puoi più fare”. In L’età dell’oro, la mia vita raccontata a Paz edito da Italica Edizioni nella collana Intovabili, il Moroz parla di sé da giovane, quando a 19 anni ascoltava i Pink Floyd e i Black Sabbath, e illuminato dall’amore per la fantascienza, gli scacchi e il Bologna FC partecipava a tutti concorsi letterari. Poi il padre gli disse: “O diventi uno scrittore vero, o vai a fare il benzinaio”, così scrisse Despero, il suo primo vero romanzo. E fu solo l’inizio …

Come ti è venuta quest’idea dell’autobiografia raccontata al fantasma di Andrea Pazienza?

Gianluca Morozzi: Beh, stavo cercando un tono, una voce, un modo di raccontare questa storia di vita vissuta. Odio chi se le canta e se le suona nelle autobiografie, e non volevo certo gloriarmi delle mie vicende, ma essere allo stesso tempo umile e divertente, in una certa maniera. E il metodo era questo: raccontarla a un mio idolo assoluto, un artista immenso, per di più in forma di spettro. E raccontarla, quindi, a occhi bassi e vergognandosi un po’.

Essere aspirante scrittore è un affar serio. Tu, negli anni 90, eri un drogato dei premi letterari, delle copisterie, delle spedizioni, dell’attesa di una risposta. Che se ti arrivava, ti arrivava nella buca della posta, perché internet non esisteva ancora. Come si può sopravvive a tutto ciò?

GM: Beh, o diventavi pazzo o diventavi scrittore (le due cose, a volte, coincidono). Ho partecipato a 80 concorsi letterari e li ho persi tutti. Ho perso a Parole di burro, a Raccontaci il mare, a Raccontaci il lago, a Sogni di carta, a Carta Vetrata. Li ho persi tutti. Dieci anni di racconti buttati al vento. Poi nel 2000 ho scritto un romanzo in un mese e mezzo, e in trentun giorni ho trovato un bravo editore. Lì per lì ho sentito di aver leggermente sprecato dieci anni. In realtà avevo solo rafforzato le difese immunitarie.

Nell’era di internet e dei talent show, gli aspiranti scrittori fanno le selezioni per Masterpiece. Che ne pensi? Tutto sommato, era meglio prima?

GM: Come scrivo nel libro, odio il nostalgismo per cui L’età dell’oro è sempre qualcosa per cui “una volta era meglio”, “prima era meglio” e cose così. Non ho visto Masterpiece, ma se è servito a far parlare un po’ di libri e di scrittori anziché delle solite ricette di cucina, allora la cosa non mi dispiace. E l’unica cosa per cui mi sentirete dire “era meglio prima” riguarda i miei capelli, perduti intorno al settantaduesimo concorso letterario perso.

L’ispirazione in L’età dell’oro è affidata ai “folletti che sparano idee appostati in angoli insospettati di Bologna, tra i portici, dietro i cassonetti, in tangenziale”. Li vedi ancora?

GM: I folletti non si vedono: scoccano la freccia recapitandoti nel cervello una trama, un incipit, un titolo, e tu, semplicemente, raccogli e ringrazi. Ultimamente ho trovato una stradina nuova piena di folletti invisibili. Si trova vicino allo stadio, mi ha regalato parecchie idee negli ultimi mesi. Naturalmente, non dirò il nome della via. Ci sono troppi scrittori a Bologna e troppo pochi folletti. La domanda supererebbe l’offerta.

Un obolo per gli aspiranti scrittori: 5 libri che dovrebbero assolutamente leggere e perché.

GM: Domanda difficilissima… proviamo.

1) Chiedi alla polvere di John Fante, un po’ perché parla di un aspirante scrittore, un po’ perché l’aspirante scrittore è il magnifico Arturo Bandini.

2) Misery, perché è uno Stephen King in formissima, ed è un grande trattato sulla narrazione, sotto la tensione, la pazzia e il sangue.

3) Fantozzi di Paolo Villaggio, per imparare l’umorismo.

4) La versione di Barney di Mordecai Richler, per imparare a piantare un semino narrativo invisibile tra una frase e l’altra, dove nessuno lo noterà, e farlo germogliare trionfalmente nel finale.

5) Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, perché è come la pizza alla nutella: mette insieme due generi che in apparenza non stanno bene insieme come l’umorismo demenziale e la fantascienza. Un po’ come mettere la Nutella sulla pizza: non a tutti piace, ma qualcuno ama l’accostamento da impazzire.