I fumetti dell’anno 3: Manuele Fior

di Michele R. Serra

Le Smemo Interviste - News
I fumetti dell’anno – 3: Manuele Fior

Manuele Fior è semplicemente uno dei più grandi autori del fumetto italiano. Lui ha poco più di quarant’anni, è nato in Italia, ma ormai stabilmente emigrato a Parigi: in Francia ha trovato anche premi come il Fauve d’Or del festival di Angoulême – che è tipo uno dei più importanti del mondo per questo settore. Come è facile capire con un curriculum del genere, ogni volta che esce un libro nuovo di Manuele, è un piccolo evento per chi ama il fumetto – o meglio, come dicono gli editori, il graphic novel.
Il nuovo libro di Manuele Fior è, come spesso capita con lui, un racconto quasi-fantascientifico.

Quasi perché la fantascienza di Manuele Fior non prevede astronavi e spade laser, ma è una fantascienza sociale, politica, in cui c’è l’Italia del futuro: molto simile a quella del presente, ma con qualcosa che ha cambiato drasticamente il modo di vivere della vicina penisola. In questo caso, il centro della storia è Venezia, che come dice Manuele non è un caso: “Di sguincio c’è forse un’ispirazione alla Venezia Celeste di Moebius. Ma insomma, Venezia nei fumetti è stata davvero molto frequentata: ovviamente Hugo Pratt e Corto Maltese, ma anche Guido Crepax con Valentina, Lorenzo Mattotti…”

Smemoranda: Ma dal punto di vista personale, cosa ti ha portato a Venezia?
Manuele Fior: Beh, che ci ho studiato, anche se un po’ di anni fa ormai. E in quel periodo l’ho profondamente odiata, davvero. Forse perché studiavo malvolentieri, sarei dovuto andare all’Accademia e invece sono finito a studiare Architettura… Però adesso la amo alla follia, e questo credo dimostri che è una città nei confronti della quale è impossibile essere semplicemente neutrali. Infatti negli ultimi cinque anni ci ho passato un sacco di tempo: disegnandola, rivisitandola, e ripensando anche al periodo che avevo trascorso lì. Venezia adesso è un po’ come dimenticata, no? Costretta a essere solo un parco giochi del turismo mondiale. Anche attraverso questo libro vorrei come darle un’altra chance, immaginarla diversa. Venezia è stata nella sua storia una specie di New York del Mediterraneo, e sarebbe bello se potesse riprendere la sua importanza come punto di contatto tra mondi diversi.

Dentro Celestia, Venezia serve per creare un microcosmo isolato…
Infatti l’ho isolata ulteriormente, immaginando che non ci sia più il ponte che la collega alla terraferma. Venezia è sempre stata anche un isolotto anarchico: c’era il Carnevale, che era un momento anche pericoloso, fuorilegge, e poi c’era il libertinaggio, Casanova… Mi piaceva l’idea che fosse una comunità a sé, in cui si sviluppavano eventi straordinari, come la piccole comunità di telepati che descrivo nel libro.

Bastano i telepati per dire che questo è un racconto di fantascienza?
Io sono un grande appassionato di fantascienza, ne ho letta e vista moltissima. Ma credo che sia necessario rendersi conto che sono passati decenni dalla grande fantascienza con cui molti di noi sono cresciuti, quindi credo sia giusto portare qualcosa di nuovo. Nel mio libro c’è una delle idee classiche della fantascienza, la telepatia, che è stata usata per esempio da Arthur C. Clarke nelle Guide del tramonto, però il centro del discorso è la società e il suo sviluppo. E anche il confronto tra le generazioni.

Sono passati dieci anni tondi dal tuo primo graphic novel Cinquemila chilometri al secondo. Come è cambiato il tuo stile di disegno in questo decennio?
Credo che all’inizio contavo molto di più sul colore, poi sono tornato al segno più puro, con tanti esperimenti. Credo che questo libro metta insieme tutto e trovi un suo equilibrio… ma il bello di fare questo mestiere è che quando sei arrivato in un punto puoi permetterti di prendere una direzione completamente nuova. Altrimenti sarebbe noioso, no?


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