Intervista a Giulia, medico specializzanda infettivologa a Perugia

di Alessia Gemma

Le Smemo Interviste - News

È sera, sul mio telefono arriva la centesima foto della giornata. Una donna tutta incappucciata con mascherina e la divisa completa dei supereroi del momento: gli infermieri e i medici. Credevo fosse l’ennesima foto impersonale, l’amica dell’amica, dell’amica della sorella dell’amante dell’amico dell’amica.  E invece no, è la foto di Giulia. La conosco dall’Università, poi con il passare del tempo mi sono distratta e lei è diventata medico. L’ultima volta che ho visto Giulia  era una ragazzina e credo stesse ballando libera e bella su un prato durante l’Umbria Jazz a Perugia, era una di noi. Ora fa il medico all’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia ed è specializzanda in Malattie Infettive e Tropicali.

Qui il Lombardia dove vivo, anzi dove vivevo e dove ora ci hanno recluso a tempo indeterminato, i medici sono diventati per me entità soprannaturali, figure grandiose che vedo e spero di continuare a vedere da lontano, sui social e in tv. Massimo Galli – Direttore e Responsabile del reparto di Malattie infettive all’Ospedale Luigi Sacco di Milano – è diventato il mio mentore ma se ascolto Galli in tv mi agito, arriva l’ansia e vado al letto con la tachicardia, gli occhi sgranati e un infinito senso di angoscia. Quindi questa foto di Giulia mi ha reso l’incubo che stiamo vivendo tutti murati vivi un po’ più sensato e reale. Ok, possiamo fare un grandissimo sforzo perché ci sono delle altre persone, che ora conosciamo, che stanno facendo sforzi ben più grandi per tutti noi.

Volevo chiedere a Giulia come stesse e come si sentisse. Le ho chiesto un’intervista perché potesse dirlo a tutti.

Ciao Giulia, come è al momento la situazione nel tuo ospedale, cosa sta succedendo? In quanti lavorate? Come sono i turni e cosa dovete fare ogni giorno? 

Ciao, l’ospedale in cui lavoro è il Santa Maria della Misericordia di Perugia. Sebbene la nostra non sia una zona a “bollino rosso”, l’attività ospedaliera ha subito profonde modificazioni. Il nostro reparto attualmente funge da “filtro”, qui si ricoverano persone con sintomi sospetti per infezione da SARS-COV2 di varia gravità. Le persone vengono ricoverate in stanze di isolamento a pressione negativa, dotate di un grande vetro attraverso cui possiamo vederci e un citofono per comunicare. La nostra attività consiste nel comprendere la storia dei pazienti arrivati, visitarli, cercare i criteri per una infezione da SARS-COV2 e fare nel più breve tempo possibile gli esami necessari. Le persone che risultano positive vengono poi trasferite a seconda della gravità in altri reparti dell’ospedale che per l’emergenza si sono convertiti a reparti COVID. Molte di queste persone hanno dei sintomi respiratori importanti già all’ingresso e quindi devono ricevere una terapia di supporto con ossigeno. Nel mio reparto di Malattie Infettive lavoriamo con turni diurni di 6 ore e turni notturni di 12 ore. Siamo 8 medici la mattina perché è il momento in cui si concentrano la maggior parte di esami e visite, in 4 il pomeriggio e in due la notte (fra medici strutturati e specializzandi). Oltre a noi, infermieri ed operatori sanitari che lavorano incessantemente. Passiamo anche molto tempo al telefono a parlare con i familiari che non possono assistere i malati essendo anch’essi in isolamento. 

Cosa devi fare e indossare durante e dopo il lavoro per non rischiare il tuo contagio e quello della tua famiglia? 

Durante il lavoro indosso sempre una mascherina e lavo molto spesso le mani soprattutto se mi devo spostare all’interno dell’ospedale, toccando maniglie e porte. Nel mio reparto abbiamo un preciso iter di vestizione e svestizione. Ogni volta che entro in una stanza di isolamento devo esser molto attenta nel rispettare tutti i passaggi. Ho un camice protettivo usa e getta che devo indossare e dopo la visita rimuovere con molta cura, due paia di guanti, copriscarpe, una mascherina specifica che è un po’ soffocante, occhiali protettivi e anche un caschetto con visiera se devo effettuare manovre che potrebbero espormi a rischi maggiori, cioè a stretto contatto col paziente. Quando esco dall’ospedale e torno a casa la prima cosa che faccio è spogliarmi, lavarmi bene e disinfettare bene il mio cellulare perché non ci pensiamo mai ma è la cosa che abbiamo in mano più spesso e appoggiamo ovunque. 

Ora qual è la tua più grande preoccupazione e la tua più frequente paura? Voi medici al momento avete il tempo di avere le ansie più comuni di tutti quelli che stanno patendo il tempo bloccato in casa? 

La mia paura più grande è quella di sbagliare qualcosa e quindi contaminarmi. Questa paura nasce soprattutto quando mi sento stanca o quando devo fare le cose velocemente. Una volta a casa ripenso spesso alla giornata lavorativa e spero di non aver scordato nulla. A volte, pensando alla mia famiglia, mi è capitato di sentirmi in colpa per aver scelto un lavoro cosi. Sinceramente invidio chi può stare a casa e nonostante le brutte notizie dei telegiornali, può gettare la spugna e fermarsi. A me piacerebbe molto aver un momento di pausa e riflessione nella mia vita. 

Ricordi il primo paziente malato di Coronavirus che hai visto? 

Si lo ricordo bene per tanti motivi. Era la mia prima notte di guardia, appena arrivata l’ho osservato attraverso il vetro e mi sono sentita in un film. Dopo giorni di racconti mediatici, era lì davanti a me e purtroppo era come dicevano. Sebbene avesse bisogno di tanto ossigeno per respirare non sembrava gravissimo e teneva il cellulare in mano per parlare con la famiglia. Dopo nemmeno un paio di ore è stato trasferito in terapia intensiva. Quindi si, non si scorda facilmente. 

Un consiglio che ti sentiresti di dare a tutti, soprattutto a quelli chiusi in casa che non ne possono più? 

Consiglierei di resistere e riflettere su tutto quello che tendiamo a rimandare nelle nostre vite perché, anche se non te lo aspetti, arriva un cavolo di virus cattivissimo e ti blocca in casa. Abbiamo la possibilità di fermarci e ripensare un po’ a noi stessi. Se dovessi parlare a un giovanissimo, beh gli consiglierei di inventarsi qualcosa da fare e staccare un po’ il cellulare. Io invece se potessi mi metterei a riordinare le vecchie foto per fermare il tempo e rivivere un po’ anche il passato. Bisogna farsi forza e pensare a chi ce la sta mettendo tutta, sarebbe bello sentire il sostegno di tutti e magari sentire qualche proposta intelligente dal basso. 

Tra le tantissime fake news che hanno girato e continuano a girare sul coronavirus ad oggi quale ti sembra la più assurda? 

Tralasciando tutte le teorie complottistiche, quella che mi fa sorridere è quella sul consumo di grandi quantità di aglio per prevenire l’infezione! 

Credi che questo momento drammatico potrà anche avere i suoi buoni frutti e che cambierà qualcosa in meglio nel nostro modo di essere? 

Cosi dovrebbe esser, quale migliore occasione… Penso di sì ma mi spaventa un po’ la memoria corta delle persone. 

La ricerca per sconfiggere il Coronavirus sta andando avanti con gli stessi ritmi serrati di voi medici e infermieri che ora siete sul campo con i malati? 

Da un lato penso di sì perché sono tante le pubblicazioni scientifiche che si susseguono e lavorare in emergenza costringe la mente a elaborare velocemente soluzioni. È anche vero che questa infezione ci è piombata addosso da un momento all’altro e per me ma anche per i miei colleghi a volte è stato proprio difficile trovare il momento per studiare e aggiornarsi in tempi rapidi 

C’è qualcosa che ora ti fa molto incazzare? 

Sì, chi ha sempre voglia di fare polemica, chi si ostina a voler cercare complotti e chi pensa di dover per forza dire la sua.
Poi mi fa incazzare la facilità con cui in tempi non sospetti si puntava il dito contro tutti i medici indistintamente e oggi con la stessa facilità sono diventati tutti eroi. Non si può semplificare così perché non è cosi. Ecco non sarebbe meglio lottare per un sistema sanitario equo in tutta la nazione tutti i giorni? 

Oggi qual e la tua più grande speranza? 

La mia speranza più grande è che ci sia una enorme presa di coscienza delle nostre potenzialità e di quanto si può esser forti se uniti in un obiettivo comune. Vorrei che questa consapevolezza fosse contagiosa e pandemica. 

Chi è Giulia Gamboni.

Mi chiamo Giulia Gamboni, ho 35 anni sono nata a Fano in provincia di Pesaro e Urbino, città in cui ho vissuto fino a quando non mi sono iscritta alla facoltà di Medicina dell’Università di Perugia.
Dopo la laurea ho avuto diverse esperienze professionali e formative che mi hanno portato a conseguire il diploma in Medicina generale e in Emergenza territoriale ma soprattutto a lavorare per tre anni in un ambulatorio medico dedicato a persone straniere senza assistenza sanitaria. Qui ho lavorato con passione e ho vissuto un vero e proprio viaggio antropologico nelle culture e nell’umanità. Dato che la voglia di studiare non mi era passata, lo scorso anno ho sostenuto un concorso nazionale per iscrivermi al primo anno di specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali. Questa specialità rappresenta sicuramente il motivo per cui ho scelto di studiare Medicina quindici anni fa e non me la son sentita di lasciare il mio sogno a metà. 

Ho un compagno di vita che lavora come videomaker e una stupenda figlia di quattro anni che mi fa esplorare mondi lontani e mi permette di rivivere un pezzettino della mia infanzia.