Intervista+video ai Blastema

di Laura Giuntoli

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Intervista+video ai Blastema

Lo dicono i Blastema per spiegare Dietro l’intima ragione, il brano dal titolo poco sanremese che ci hanno fatto ascoltare sul palco dell’Ariston nella sezione giovani. Una cosa è certa: ritrovarsi lanciati nell’Impero del Pop deve aver spaesato non poco la band indie rock di Forlì. Alle spalle un primo album, autoprodotto con molta tenacia e non poche difficoltà, Pensieri illuminati, e una serie di concerti dal vivo. Poi ospiti fissi della mitica Casa 139 di Milano (prima che, ahimè, chiudesse i battenti) passando per Woodstock 5 stelle e Arezzo wave. E a fine 2012, ecco la loro ultima fatica: Lo stato in cui sono stato, riedita dal 14 febbraio con il pezzo cantato a Sanremo e prodotta da Nuvole Production. Che è la casa di produzione fondata da Fabrizio De André. 

Mi viene da pensare che forse, sotto sotto, il palco del Festivàl più criticato d’Italia resta il più ambito perfino da outsider come loro. Infatti sul loro sito hanno commentato:

“Siamo fieri di poter far parte di questa prestigiosa manifestazione in rappresentanza di quel mondo sommerso e florido che è la musica indipendente italiana”.

Allora ho chiesto a Matteo Casadei, voce dei Blastema insieme ad Alberto Nanni (chitarre, cori), Luca Marchi (basso) e Daniele Gambi (batteria), di raccontarci qualcosa di loro…

Nuvole Production vi ha prodotto un disco, cioè: mica uno a caso…

Matteo Casadei: “È andata che Dori Ghezzi ci ha scritto su Facebook: “Mi piace la vostra roba, vorrei offrirvi un contratto”. E così è nato Lo stato in cui sono stato. Dori e Luvi (De André ndr) sono più artisti che produttori. È stato amore a prima vista. E, soprattutto, ci hanno dato carta bianca.”

– Devo confessarti una cosa: Blastema che vuol dire mica lo sapevo. Allora per non fare figuracce l’ho cercato sulla Treccani:

MC: “Infatti non lo sapevo nemmeno io, fino a quando a 17 anni non abbiamo deciso di fondare il gruppo. Abbiamo sfogliato il vocabolario, fino alla B. di blastema, che in greco significa germoglio. In gergo medico vuol dire intruglio di cellule indifferenziate. Era perfetto. E poi ha una componente femminile che esprime la nostra caratteristica principale: essere forti e piani allo stesso tempo. Nomen omen: abbiamo cambiato pelle un bel po’ di volte. Più andavamo avanti più perdevamo pezzi e ci ricostruivamo, fino a raggiungere una forma definitiva. O quasi. Però la vera ragione è che volevamo un nome grunge, e blastema suona come una crasi tra Nirvana e Marlene.” 

Ecco, hai detto crasi. Chissà cosa verrà fuori se ti chiedo di parlarci di Lo stato in cui sono stato. Stato d’animo, stato nazione, stato participio passato… già dal titolo pare complicato.

MC: “Posso parlare difficile?”

– Sì

MC: “Ne Lo stato in cui sono stato i testi sono costruiti su più livelli e c’è un continuo gioco di rimandi. Le parole non hanno un solo significato, ma sono pensate per durare, per essere percorse e ripercorse durante l’ascolto. Il verbo essere ripetuto è un punto di partenza, il participio passato è un invito a guardarsi indietro, a ciò che siamo stati, per arrivare ad un livello ancora superiore: stato d’animo e stato come nazione. Una matrioska di significati per raccontare le cose che cambiano davanti ai nostri occhi, spesso non in meglio. Volevamo restituirle nella loro complessità attraverso un uso antiretorico della lingua. Insomma, abbiamo cercato di fare poesia a modo nostro.”

– Nel video di Tira fuori le spine, uno dei brani più intensi del disco, recitano attori disabili. Non avete avuto paura di caderci fino alle ginocchia, nella retorica?

MC: “No, anzi. Volevamo ridurre all’osso un concetto, senza fronzoli: ciò che questa nostra società cataloga come inadatto, in realtà proprio perché esiste è naturale. Tira fuori le spine parla della capacità di sviluppare difese e affermarsi in quanto parte necessaria del mondo. È la natura che sceglie quando, appunto, tiriamo fuori le spine: è un istinto dell’organismo che reagisce di fronte al pericolo e si difende. Rappresenta la nostra generazione, o almeno come dovrebbe essere. Per questo abbiamo scelto persone con disabilità: sono super attori, senza filtri. Attraverso di loro possiamo cogliere la coscienza dell’esistere senza condizionamenti.”